TGT – NBA Trade Value – Parte 1 (30-16)

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Copertina di Matia Di Vito

Amici! Eccoci ritornati con The Grantland tribute (TGT pet gli amici, “quella cazzata” per i nemici) la rubrica nella quale me medesimo, e Cesare (oggi ingiustificato assente ma ad ogni modo partecipe della stesura della classifica) diamo libero sfogo al nostro ego cercando di emulare un sito che ha fatto la storia della pallacanestro. 

Oggi nulla di originale, anzi, ci affidiamo al plagio più basso e becero, andiamo infatti a riprendere una storica “column” di Bill Simmons (giornalista discusso e discutibile, ma di indubbio impatto) il quale, dal 2001 al 2015 ha periodicamente stilato un ranking dei giocatori in base al loro valore in ottica di una trade e alle possibilità che si muovano, ovvero, appunto, prendendo in considerazione il cosiddetto “trade value”.

Un paio di criteri giusto per orientarci: 

  • La squadra, il contesto, il mercato in cui il giocatore è posizionato al momento contano, non stiamo valutando in modo totalmente avulso, chiaramente se milito in dei Knicks contender è più difficile che io mi muova (o voglia farlo) piuttosto che giocando in dei Jazz da fondo classifica.
  • Le condizioni contrattuali sono fondamentali, un’all-star blindato per 5 anni può senza problemi avere più ipotetico valore di un top-5 a 6 mesi dalla scadenza (e che magari ha richiesto una trade), pur essendo un giocatore cestisticamente inferiore. 
  • Chiaramente il parametro principale rimane il valore sul parquet, 12 giorni di Durant per 45 milioni valgono più per una franchigia di 3 anni di Hollis-Jefferson a 4 centesimi a presenza. 
  • La solidità fisica gioca un enorme ruolo nel valutare quanto una squadra possa, o voglia, investire molti pezzi all’interno di una trade, così come un grande ruolo lo gioca l’età, difficilmente scambierò 4 prime scelte + un all star per un 47enne, sia anche esso Michael Jordan.
  • Ha valore residuale, ma da considerare, l’inclinazione e le propensione (per quanto ne possiamo lontanamente dedurre) del giocatore, chiaramente se sappiamo di avere a che fare con un ragazzo volubile, saremo meno propensi a ad avere la certezza che questo ri-firmerà nel caso abbia il contratto in scadenza, discorso che vale soprattutto per gli small-market. 

Bene, chiarite queste valutazioni di ordine metodologico prossimo cominciare, sentitevi pure liberi di insultarci e darci degli incompetenti, tanto la maggior parte delle cose che direte già le avremo sentite o già le pensiamo di noi stessi. 

Proprio lui

Honorable Mentions

Ben Simmons: *insert Cesare Russo quote*

Rudy Gobert: Problemi ai playoffs, anche se non quanti gliene si rimproverino.

Jrue Holiday: Un bravo ragazzo ma fuori dall’élite della lega, checché se ne dica .

Domantas Sabonis: Ceiling capper.

Myles Turner: Ceiling raiser ma non abbastanza.

Mikal Bridges: Un role player, forse il migliore, ma pur sempre un role player.

DeMar DeRozan: Non è più il tempo delle mele, ma gli si vuole davvero bene.

Jarrett Allen: Ho visto ancora troppo poco.

Derrick White: Se riuscisse a giocare 40 partite da sano di fila ci avrei pensato.

Julius Randle: Una rondine non fa primavera…

Ok, sbrigati i convenevoli, iniziamo!

Uhm, forse…per l’offerta giusta 

30 – Da’Aaron Fox 

Sacramento è, in questo momento, il posto più sfigato dell’intera NBA, una sorta di città infame in cui anche un talento può trovare velocemente il suo oblio. Speriamo davvero che questa non sia la sorte di Fox, sia perché il ragazzo pare dotato di ottime qualità a livello caratteriale, sia perché sarebbe davvero un peccato vederlo lontano dai radar ancora per molto tempo. La sua ultima stagione è stata quella della quasi-definitiva-consacrazione, quella in cui tutte le cifre più importanti (tranne quelle della colonna W) hanno avuto un’impennata piuttosto importante. 

Ah, e nessuna guardia chiude al ferro come lui (65% fra gli 0 e 5 piedi, solo Bruce Brown, con sappiamo che tipo di conclusioni, ha fatto leggermente meglio fra i giocatori con almeno 200 tiri tentati).

E poi dai, è flashy, è figo ed è arrogante, cosa potresti volere di più dalla tua giovane point-guard…

29 – LaMelo Ball

Quanti rookie vi ricordate passare con la continuità e qualità di questo ragazzo fin dal giorno uno? Pochi, pochissimi, non tanto e non solo perché Melo sia un “miglior” passatore in senso stretto, quanto perché la maturità con cui ha saputo gestire il pallone nei suoi primi 10 mesi di NBA è stata davvero impressionante. Non negherò: non sono affatto un fan del ragazzo, nulla contro di lui, semplicemente non mi piace l’atteggiamento e il modo di porsi. Ciò detto è innegabile che il suo impatto sugli Hornets sia stato dirompente, così come è innegabile che tanto del futuro di questa franchigia sia sulle sue spalle, che, e questo gli va riconosciuto, sono riuscite fino ad ora a reggere benissimo il peso della pressione

28 – Jamal Murray

Mi da grande sicurezza in ottica playoffs, e la via del ritorno pare ormai ottimamente presa nel verso giusto, magari proprio per salvare il soldato Jokic in tempo per la stagione più calda. Jamal si è dimostrato una certezza da questo punto di vista, avendo inanellato, prima dell’ultima sfortunata stagione, 3 run di altissimo livello, sia dal punto di vista dello shot-making, che da quello del playmaking, essendo stato in grado di sfruttare in modo ottimale la co-presenza del serbo sul terreno. 

Bisogna però essere onesti: abbiamo ancora però forse tutti negli occhi la bolla, prestazioni del genere in partite, e serie consecutive, ne hanno messe in piedi davvero pochissimi nella storia, e quando dico pochissimi intento forse non più di una ventina. Indubbiamente questo condiziona, ma non bisogna dimenticare che sia successo, e che non è impossibile accada ancora. 

Certo, non sapere come e quando tornerà è un enorme punto di domanda, ma per ora ti fidi ancora di lui. 

Il Ceiling stellato sopra di me…

27 – Khris Middleton

Il primo violino della squadra campione NBA, o sbaglio? Probabilmente cado in fallacia, ma non vado così lontano della realtà se dico che che con tanti altri giocatori più in alto di lui in questa classifica al suo posto adesso Chris Paul starebbe festeggiando l’anello sul banana boat. Essere il closer di una contender è un fattore che non può essere messo in secondo piano, e Khirs questo è stato per i Bucks in tutte le partite importanti, in ogni momento in cui è servito un canestro dal nulla lui ha avuto la palla in mano, sicuramente con risultati alterni, ma con estrema costanza di decisione. Il canestro decisivo per salvare gara 1 con gli Heat (e dunque la stagione) è stato poi ciò che probabilmente ha davvero sbloccato a livello mentale l’intera franchigia all’interno dei playoffs. Co-MVP delle Finals, o almeno dei playoffs. 

26 – Bam Adebayo 

Praticamente il lungo perfetto per qualsiasi contender che abbia già un primo (e forse anche un secondo, sarebbe meglio) violino, ottimo passatore, straordinario bloccante e difensore più versatile della lega o quasi, queste le caratteristiche che lo definiscono meglio, serve altro? Certo, ha qualcosa da migliorare al tiro e a livello caratteriale sembra un po’ molle e indeciso in determinate circostanze, ma mi viene davvero complesso immaginare un contesto in cui non lo vorrei, e in quale non spenderei vari asset per affiancarlo al mio creatore. Ah, il tutto a 24 anni e non enormi margini di miglioramento, nonostante abbia già giocato una run playoffs terminata in gara 6 delle Finali da assoluto protagonista. 

Fra l’altro rappresenta pure un archetipo di giocatore estremamente utile nelle contender storicamente, questa sorta di “numero 2 offensivo ma ancora difensiva” che ha illustrissimi precedenti (Pippen, Davis, Garnett etc.) e che andrebbe oggi molto più valutato di quanto già non si faccia. 

25 – Jaylen Brown  

La versione da giocatore esterno di Adebayo. Tutte le caratteristiche per eccellere come terzo in qualsiasi contesto nel ruolo adatto. Switchabile, tiratore e in grado di mettere palla per terra e attaccare in palleggio se necessario (con anche letture tutt’altro che banali). 

Inoltre con lui ti porti a casa un leader nato, indubbiamente uno dei giocatori più carismatici a livello di spogliatoio fra le giovani leve della lega, nonché, a quanto pare di capire, un ragazzo dalla notevole profondità intellettiva. 

Il contratto è nuovo, lungo e perfettamente scambiabile. Certo, se Boston 3 anni fa l’avesse messo sul piatto ora avrebbe una squadra con Kyrie Irving e Anthony Davis, e questo potrebbe un po’ fare incazzare, ma per il resto non si può non amarlo. Ah sì, non si vede di buon occhio con Tatum a quanto pare, ci possiamo passare sopra dai…

Il floor morale dentro di me…

24 – Jimmy Butler 

Quanti nella storia NBA hanno giocato delle Finals da perdente al livello di Butler nel 2020? 3/4 giocatori? (Non so, mi vengono in mente LeBron, West, Shaq e poco altro) Questo non può non pesare, e, anche tenendo a mente il pessimo primo turno di quest’anno e il carattere non certo semplice del ragazzo (che comunque pare aver trovato a South Beach il suo ambiente perfetto) le sue doti di leadership interne non possono essere negate, così come la sua dedizione alla causa una volta abbracciata. Uniamo tutto questo a delle doti tecniche con spiccatissimi apici in alcuni ambiti fondamentali per mantenere il proprio livello di gioco costante night in and night out, e capiamo perché, non sarà il primo violino di una contender, ma sicuramente il primo di qualsiasi pretender. 

Difficile, molto difficile Miami lo muova a meno di offerte davvero irrinunciabili, e questo è un bene, per lui e per gli Heat. 

Giovani (alcuni), belli (forse), e dripposi (in un certo senso…)

23 – Zach Lavine

Il ragazzo vola, e Chicago gli ha costruito intorno il roster perfetto per mantenere quota almeno per i prossimi anni, tanto passa da lui, se riuscirà a fare un ulteriore piccolissimo step oltre il livello di borderline all-star, allora la stagione dei Bulls potrebbe continuare a rivelarsi sorprendente, e non escludo una run playoffs discretamente profonda…altrimenti il limbo del bene-ma-non-abbastanza sembra ormai dietro l’angolo.

22 – Shai Gilgeous-Alexander 

Giovane giovane fuoriclasse, il principe del Drip, il nuovo Steve Nash. Gioca nel nulla, ma davvero nel nulla, è divertentissimo da vedere e simpatico da sentire. Palla in mano sa fare un po’ di tutto, tranne che passarla, a livello più che ottimo. Molto, tanto, troppo sicuro di se, al limite dell’arroganza, pensando di poter arrivare ovunque, vedremo se questo ripagherà. 

Nel mentre il ragazzo cresce “come se avesse sotto il fertilizzante”.

21 – Kyrie Irving 

Chi mi conosce sa bene quanto io ami Kyrie, e quanto, dal unto di vista strettamente tecnico, lo metterei 17 posizioni più sù in questa classifica (ne abbiamo musicalmente parlato nella prima puntata di questa rubrica). E il motivo per cui abbassarlo, a mio avviso, non è nemmeno il fattore caratteriale, di cui mi importa il giusto, ma una mera considerazione di carattere opportunistico: “quanto posso contare sul suo esserci quando la stagione conta davvero?”. 

Questo è l’unico profondo dubbio che mi rimane su lui, per il resto credo sia anche inutile spendere parole, stiamo parlando di uno dei migliori scorer fronte a canestro di tutti i tempi, in grado di creare un vantaggio dal nulla in qualsiasi condizione di spazio e tempo, probabilmente non ci troviamo ancora nella stratosfera di quelli con cui vinci un titolo come prima opzione, ma ci andiamo davvero vicino. Kyrie ha dimostrato di saper performare in modo costante ed inelastico a qualsiasi livello e contro qualsiasi sistema difensivo, una dote di importanza incalcolabile nell’NBA di oggi. E poi, a quanto pare, se lo portaste via da Brooklyn si ritirerebbe, quindi…

20 – Temetrius “Ja” Morant 

Quando ne picchi 47 e 7 (certo con tutte le circostanze del caso) alla prima partita di playoffs in carriera, la domanda su quale potrebbe essere il tuo valore non dovrebbe nemmeno porsi. Temetrius è già oggi uno dei giocatori più elettrizzanti dell’intera lega, ma soprattutto uno dei giovani con più personalità, tecnica, prima che caratteriale, che io ricordi. Vederlo andare dietro la schiena su possesso decisivo, o tentare la schiacciata (ti prego impara ad atterrare…) dove ci starebbe un comodo layup sono cose che non possono non riportare idealmente ad alcune point-guard folli di una volta, a-là Steven Francis o Stephon Marbury, dai quali però Ja ha sì ereditato l’arroganza, ma non la supponenza. 

I margini di miglioramento sono enormi, le probabilità che non li raggiunga ancora di più, insomma, gli vogliamo un sacco bene. 

Per farla breve: “N-O

19 – Donovan Mitchell

18 – Bradley Beal

17 – Devin Booker

Partiamo subito con una hot (o forse nemmeno troppo) take: nessuno di questi tre è il primo violino di una squadra che vuole competere per il titolo. Non lo sono ora e, per quanto giovani o con possibilità di miglioramento, non lo saranno mai. I limiti sono abbastanza evidenti come però lo è anche l’abbagliante talento che ognuno di loro è in grado di mettere in campo “nihgt-in and night-out”. É stato un arduo compito ordinare all’interno di questo trio, sia perché parliamo di giocatori con caratteristiche diverse, per quanto a una prima occhiata possa non sembrare, sia perché i contesti in cui si sono evoluti e continuano ad evolversi sono tremendamente diversi.

Iniziando con le cose semplici: in questo momento è impossibile non avere Booker in cima questa mini lista: il combinato disposto di record di squadra, scorsa stagione (*********, metto un po’ di asterischi giusto per non dimenticarcene) e hype mi hanno messo addosso abbastanza pressione sociale da fare quello che, devo essere onesto, 3 mesi fa non avrei mai fatto, ovvero preferire un giocatore più limitato on ball nella creation a due certezze da quel punto di vista. Booker utilizza tanto, tantissimo il mid-range, ed è anche il migliore dei tre, abbastanza nettamente, perlomeno dal punto di vista statistico, ad andare al ferro, ma avere una lacuna così grossa a livello di pull-up da fuori è un aspetto che penalizza tantissimo giunti ai playoffs, se la squadra non offre una situazione di contorno più che ottimale e questo un po’ mi lascia interdetto, quando leggo valutazioni troppo entusiastiche nei suoi confronti. Ecco, parlando di contorni non ottimali: Bradley Beal, come non empatizzare con questo ragazzo, quando dopo anni di sciagure la tua dirigenza decide anche di affiancarti il titano pazzo come co-star per una stagione, e, nonostante questo, giuri fedeltà eterna alla franchigia. Faccio davvero fatica a trovare un punto debole nel suo gioco a livello di scoring duro e puro – forse un minimo di gioco spalle a canestro in più potrebbe fare comodo – e, considerando che, volendo, sarebbe anche buon difensore, sareste portati a dirmi che dovrebbe stare più in alto no? Giusto ma al momento c’è un qualcosa, non so bene cosa, che lo frena, e questo mi infastidisce.

Cosa dire infine del povero Donovan se non che credo ormai sia il momento di riconoscere che, alla quarta ottima run di playoffs consecutiva in quattro anni nella lega, le cifre al tiro siano più un abitudine che uno spike. Inutile perseverare nella crociata contro questo archetipo di giocatore, perché, e lo so che vi sembra strano, Don è uno dei migliori tiratori dal palleggio dell’intera lega, e non è affatto inefficiente, anzi. In aggiunta è un passatore decoroso che può andare al ferro come e quando vuole, lasciate perdere per un attimo le cifre per favore, non siamo qui per quelle, e ditemi che non lo vedete anche voi accelerare e frenare nello spazio di una moneta, non solo nord-sud, ma soprattutto est-ovest, dote dal valore incalcolabile nell’NBA attuale. Rimane sotto agli altri due perché…boh, forse è solo colpa dello Utah in fondo.

16 – Karl-Anthony Towns

Il lungo offensivamente più talentoso di sempre, perlomeno se parliamo di scoring, e non ho particolari dubbi su questa affermazione. É finito nel peggior contesto possibile, con i peggiori allenatori possibili (coff…Thibodeau…coff), e probabilmente il suo carattere non ha aiutato moltissimo lo sviluppo, ma credo si abbiano pochissimi dubbi su quale sia il suo valore, attuale e potenziale, perlomeno se non si ha una visione totalmente distorta della pallacanestro.

Messo in un qualsiasi contesto funzionale parliamo di uno da 25+13 a sera, efficienti e scalabili, perché sì, oltre a tutte le possibilità spalle a canestro, siamo forse ance di fronte al miglior tiratore oltre i 2.10 della storia del gioco, e se non siamo lì, poco ci manca. Per portarlo via da Minnesota ci vorranno davvero le cannonate, e noi speriamo vivamente che qualcuno le spari. 

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Leonardo Pedersoli
Giurista e poeta vate di TrueShooting. Tifoso Knicks per (ormai passato) autolesionismo, si consola ammirando il tatuaggio dedicato al più grande di sempre.