Tutto quello che c’è da sapere su NBA Lane (?)

nba lane 75
Copertina di Nicolò Bedaglia

La NBA si appresta ad aprire le danze della sua stagione numero 75 e, come per ogni occasione importante, ha realizzato un manifesto per celebrarlo.

E visto che l’occasione è ben più che importante, lo spot è meraviglioso.

Qualunque spot contenga una o più star NBA ha un effetto estremamente positivo su noi appassionati e d’altronde è proprio quello l’obiettivo: farci ridere o emozionare giocando sulle corde di personaggi, eventi, momenti che abbiamo vissuto, amato e divinizzato. È anche il motivo per cui l’universo dei “commercials” a tema NBA è in costante evoluzione, per dimensione e raffinatezza, che si parli di sponsor tecnici (la serie di Jordan diretta da Spike Lee, Adidas con Derrick Rose, Nike con Kobe…, Ma anche quelli prodotti dalle emittenti, come quel capolavoro di NBA Forever prodotto da TNT) o sponsor “esterni” allo sport (solitamente i più comici, magari vi è sfuggito questo di Jokić per uno snack serbo).

Anche i prodotti delle singole franchigie si sono evoluti in maniera incredibile, siamo passati da questo:

A questo:

Ovviamente, NBA is where the amazing (commercial) happens e se è la Lega stessa a mettere mano al processo creativo, potendo sfruttare una partecipazione pressoché totale da parte delle stelle e sul “savoir-faire” della lega sportiva professionistica più avanzata del mondo, il risultato non può che essere magnifico.

Così è stato, sotto la regia di Rick Famuyiwa, sceneggiatore, regista e produttore pluripremiato dalla NAACP (tenete a mente questo particolare, capirete l’importanza a breve), “Welcome to NBA Lane” è una perla e ha tutto, letteralmente tutto, quello che un appassionato NBA potrebbe volere.

Ricordi, risate, citazioni, rimandi, speranze per il futuro, eccitazione per il presente e una caterva di Easter Eggs che ti fanno venire voglia di guardarlo altre tre o quattro volte per vedere se c’è qualcosa che potresti esserti perso.

A riguardo, la NBA ne ha spoilerati un po’ nell’articolo con cui presenta lo spot: i numeri civici di alcune case uguali ai numeri di maglia di chi le abita, il murales con i giocatori internazionali, i simboli del semaforo e con logoman Jerry West e il ditone di Mutombo.

A nostro parere ci sono altri elementi che meritano di essere messi in luce, che siano Easter Eggs in senso classico o in senso più “meta”, ovvero fattori probabilmente non programmati (o non programmati per strizzare l’occhio a noi fan) ma che comunque ci dicono qualcosa dell’NBA.

GLI EASTER EGG VERI E PROPRI

Partiamo dal più facile, la citazione.

All’inizio dello spot, tra i primi abitanti di NBA Lane che vediamo c’è Wade e l’articolo NBA fa giustamente notare che abita al civico #3, ma la sua battuta sono ovviamente gli stessi, intramontabili, “This is my house!” urlati dal tavolo dei commentatori dopo aver rubato la palla a John Salmons e segnato una tripla iconica per la vittoria contro i Chicago Bulls nel 2009.

Un’altra coppia di Easter Eggs che potrebbero esservi sfuggiti sono il cartello della pizzeria sullo sfondo quando Anthony Davis scaviglia senza vergogna la mascotte dei Clippers. La pizzeria si chiama From Deep Dish Pizza, una bella crasi tra la classica espressione “from deep” e la Deep Dish Pizza, la varietà di “pizza” tipica di Chicago, la città natale di Anthony.

L’altro elemento di scena da non sottovalutare è la sedia di fianco a Robert Horry.

Rapiti dal suo sorriso sornione e dal suo iconico 7 con le dita in riferimento ai suoi anelli, ci siamo persi l’altra sedia su cui sono scritte le squadre con cui Horry ha giocato e vinto.

Un Easter Egg “tempistico” invece è ovviamente la battuta di Michael B. Jordan (a sua volta, secondo alcuni fan ironici, un Easter Egg in quanto essere umano anagraficamente più vicino al’MJ più famoso non presente nello spot), autista dell’autobus, che recita “that’s just fun” nello stesso momento in cui entra il fun guy più fun guy della Lega, Kawhi Leonard.

Ma l’Easter Egg che preferisco è verso la fine. Stranamente, la NBA non l’ha inserito nell’articolo che ho citato prima, per cui mi piace pensare che non sia stato programmato e che Bill Russell si sia presentato sul set delle riprese con un cappellino con le lettere KB in viola su un cuore giallo di sua spontanea volontà, a portare un ulteriore omaggio al black mamba, certamente più modesto di quello sceneggiato, che mette in pausa l’intero spot e, sottinteso, l’intera NBA, perché certe cose “are greater than basketball”, ma non per questo meno importante, affiancando all’importanza “generale” di Kobe per lo sport, l’attaccamento individuale che ognuno di noi ha vissuto durante la sua carriera.

PIÙ DI UN SEMPLICE EASTER EGG

Un’altra parte importante è lo scuolabus che ci accompagna lungo il quartiere di NBA Lane.

Il più classico dei Blue Bird All American è stato parecchio “customizzato”. Scorgiamo a più riprese diversi numeri di maglia sul fianco e sul davanti, ma vale la pena di prestare attenzione anche alle frasi scritte.

Tra le più leggibili ce n’è una sul fianco, “rims of the world united”, certamente un messaggio che richiama ad una fratellanza globale nello sport, ma c’è di più.

Poco lontana da quella infatti ce n’è un’altra, “build courts”, ma è incompleta e per scoprirne il vero significato dobbiamo andare “dietro”, da più punti di vista.

La NBA ha infatti rilasciato anche un “behind the scenes” (consigliatissimo, anche solo per l’interazione tra Dirk e Kareem o per l’opinione di Donovan Mitchell sulle sue doti attoriali) dove abbiamo un’inquadratura anche dell’altro lato del bus, che nello spot non vediamo praticamente mai. È possibile vederlo quasi interamente mentre Magic Johnson si complimenta con Trae per i recenti playoff.

Da quell’inquadratura, al “build courts” si aggiunge un “not” e un’ulteriore parola in giallo illeggibile, ma non credo di sbagliare se vi dico che è lo slogan “build courts not walls”, una campagna di raccolta fondi nata nel 2017 a Venice Beach, Los Angeles per restaurare campi da basket, iniziativa che ebbe poi un discreto successo anche in altre parti degli Stati Uniti.

Oltre a questo, possiamo leggere “Freedom Now” dall’altro lato e “Power 2 the People” in alto (questo si vede anche alla fine dello spot ufficiale). Insomma, il bus è anche il mezzo scelto per veicolare (scusate il gioco di parole) i messaggi di impegno sociale che da sempre hanno caratterizzato la storia della Lega e che assumono sempre maggior importanza e che, in questo spot, partono dalla decisione stessa di assumere un regista riconosciuto da una delle più influenti associazioni per i diritti civili per dirigerlo.

Un altro elemento sullo stesso tema (forse casuale), lo si può trovare nella sfilata di Melo. Dietro le locandine delle serie di Finals, infatti, si può trovare scritto il nome di Senga Nengudi sulla locandina di una sua performance. Nengudi è un’artista afroamericana, molto attiva negli anni ’60 e ’70 e tutt’ora in attività, le cui opere ruotano spesso intorno a concetti relativi al corpo umano, quasi sempre femminile e afroamericano. Più che un Easter Egg sembra effettivamente una locandina pre-esistente, ma il fatto che i poster usati nello spot lascino il suo nome chiaramente leggibile potrebbe non essere un caso.

Tornando all’iniziativa fondata a Venice Beach, i luoghi in cui è stato girato lo spot non sono casuali. Il “grosso” è ambientato a Los Angeles, in particolare nel quartiere di Leimert Park, un quartiere paragonato ad Harlem e al Village di New York per il suo ruolo di laboratorio dell’arte afroamericana, in particolare durante gli anni ’80 e ’90.Sì aggiungono Springfield, Massachussetts (non credo abbiate bisogno che vi spieghi perché è un posto importante, nel caso googlate James Naismith) e Bloomington, Indiana, sede del campus degli Hoosiers di Indiana University.

IL META EASTER EGG

C’è poi un’ultima analisi ricavabile dallo spot ed è relativa ai giocatori. Su un numero di atleti, soprattutto, non a caso, tra quelli attuali, si vede l’importanza che hanno assunto le star NBA in quanto “uomini brand” in maniera slegata dalla lega e, per certi versi, anche dallo sport. Westbrook è descritto dalla frase “flyest dressed in the league”, che ne riconosce lo status ormai intoccabile in fatto di moda, Kawhi entra in scena col berretto New Balance suo sponsor tecnico, ma ci sono due capolavori della self promotion.

Il primo è LaMelo che appare giocando un Hornets-Bulls contro Benny the Bull su un cabinato di NBA Jam (e cerca di barare). È tutto brandizzato col suo logo, su maglietta e collana, che appare anche in più punti delle sue nuove signature shoes, create con lo sponsor Puma e rilasciate ieri.

Il secondo è Jimmy Butler. Senza neanche comparire nello spot, il proprietario di The Big Face Coffee riesce a mettere un banchetto della sua attività commerciale in uno spot guardato da tutto il mondo e trova anche un testimonial d’eccezione in Zion Williamson, che ne beve una tazza mentre distrugge canestri alla Shaq.

Pochi giorni fa, tra l’altro, Jimmy ha parlato del brand su Commerce+, la piattaforma creata da Shopify, la società con cui ha collaborato per costruire e lanciare The Big Face Brand, raccontando com’è nata e cresciuta l’idea.

Gli atleti NBA stanno dunque assumendo sempre più consapevolezza della loro multidimensionalità, non solo atleti ma anche professionisti a tutto tondo e imprenditori e lo spot, volontariamente o meno, mette bene in luce questo elemento che diventerà sempre più determinante nelle dinamiche e nella divisione del potere (e degli introiti) all’interno della NBA.

Insomma, il video per il settantacinquesimo anniversario della nostra Lega preferita è un’opera d’arte completa e, come abbiamo visto, analizzabile a più livelli e forse quest’articolo ha esagerato un po’ le volte in cui ha riprodotto il video su YouTube a 0.25 di velocità per essere sicuro di non essersi perso niente.

Alla fine, la cosa più importante è che l’NBA è riuscita a creare in 2 minuti e 49 secondi un quartiere in cui daremmo qualsiasi cosa per abitare almeno un giorno.

Saluteremmo anche noi Magic e Larry vicini di casa, andremmo al campetto a farci posterizzare da chiunque con un sorriso a 32 denti, incontreremmo casualmente Jayson Tatum per la strada e, ovviamente, ci prenderemmo qualche attimo della nostra giornata in contemplazione davanti a quel murales.

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Cesare Russo
Tifa 76ers perché a 14 anni ha visto Tony Wroten segnare una tripla doppia nella notte. Orfano di Sam Hinkie, nei suoi sogni più belli è sempre apparso almeno uno tra TJ McConnell e Covington