I Celtics hanno svoltato con l’arrivo di Derrick White

i Celtics hanno svoltato con l'arrivo di Derrick White
Copertina di Sebastiano Barban

Anche il motore più potente, con cavalli a profusione e materiali di qualità, senza la giusta quantità di olio fa fatica anche a percorrere pochi metri. In ambito calcistico questa metafora è stata per anni applicabile a Francisco Román Alarcón Suárez, in arte Isco, nella pallacanestro NBA abbiamo Kyle Lowry. Il buon Derrick White, dopo quattro anni e mezzo di scuola Popovich, è recentemente approdato a Boston e ha iniziato fin da subito a svolgere un lavoro simile per i biancoverdi.

I Celtics di Udoka, a dire il vero, stavano già accelerando da fine gennaio, ma l’innesto di White allo scadere della trade deadline sembra avere sbloccato del tutto il loro potenziale. E in questa Eastern Conference in cui più si va avanti e più le cose, invece di delinearsi, si complicano, anche sognare in grande non è affatto precluso ai biancoverdi.

Già ad inizio anno la fase offensiva di Boston faceva sollevare qualche sopracciglio. Talento in abbondanza, per carità, ma forse troppi giocatori che necessitavano di avere il pallone in mano. L’unico tiratore dinamico presente a roster era il povero Aaron Nesmith, che non è riuscito a soddisfare neanche per un secondo le aspettative e sembra essere finito in una spirale negativa senza fine.

A poco tempo di distanza dall’ora X Brad Stevens ha così deciso di dare un taglio netto alla filosofia tipica di Danny Ainge, cedendo l’acerbo ma promettente Romeo Langford e il neoarrivato Josh Richardson, autore fin lì di una stagione comunque discreta. Liberatosi nel frattempo anche di Schroeder ha puntato quindi tutto sulle abilità in cabina di regia di Marcus Smart e Jayson Tatum, decidendo che la maggiore necessità dei Celtics fosse quella di qualcuno in grado di fare il lavoro sporco. E nel lavoro sporco Derrick White ci ha sempre sguazzato alla grande.

Non c’è cosa che non sappia fare in difesa: tiene benissimo in palleggio gli avversari, è attento lontano dalla palla, passa bene sui blocchi, può cambiare sui lunghi grazie alla stazza, è sempre concentrato e voglioso. In un contesto difensivo come i Celtics, poi, è un topo nel formaggio: con lui il sogno erotico di ogni allenatore sulla difesa di squadra nel 2022 può finalmente avverarsi.

GiocatoreAltezza
Payton Pritchard185 cm
Marcus Smart190 cm
Derrick White193 cm
Jaylen Brown198 cm
Grant Williams198 cm
Daniel Theis203 cm
Robert Williams203 cm
Jayson Tatum203 cm
Al Horford206 cm
Dio maledica tutto ciò che non è sistema metrico decimale

Una (teorica) rotazione playoffs di questo tipo è perfetta per creare una difesa potenzialmente insuperabile. Udoka ci ha messo un po’, ma il suo sistema sembra ormai funzionare alla grande. Le linee guida sono chiare: si cambia spesso, con l’idea di avere Robert Williams sempre il più vicino possibile a canestro e Horford pronto ad aiutare. Giocatori bravi in aiuto come Tatum e Grant Williams tappano i buchi, mentre Brown fa il suo solito lavoro ottimo come difensore POA e White e Smart…non temono niente e nessuno.

Non c’è molto altro da dire: se riesci a permettertelo in attacco, in difesa il quintetto Smart-Brown-Tatum-Horford-R.Williams è semplicemente un’arma letale. Boston ha un Defensive Rating di 105.4, il migliore di tutta l’NBA, e non sembra essere intenzionata a mollare di un centimetro.

Si parlava di attacco, appunto. Lì le cose sono un po’ più complesse: White non è un gran tiratore da dietro l’arco, anche perché altrimenti sarebbe un serissimo candidato per un posto all’All-Star Game. Compensa con tante altre cose, è vero: chiude al ferro con percentuali bulgare per uno della sua taglia, ama spingere in transizione e in generale non sta mai fermo, cosa che se fatta con criterio porta sempre vantaggi. Le spaziature dei Celtics viaggiano comunque sempre un po’ sul filo del rasoio e non a caso i biancoverdi hanno solamente il sedicesimo attacco per Offensive Rating (ma il settimo dalla pausa post All-Star Weekend). La soluzione? Tranquilli, c’è Jayson Tatum!

Il talento offensivo del numero 0 non è certo una novità, come non lo è vedere tratti di stagione in cui sembra letteralmente infermabile. Quello che però tanti tifosi e addetti ai lavori sembrano aver notato, anche da queste parti, è la maggior consapevolezza che sta mettendo in mostra. Misurato, controllato, sembra quasi ispirarsi ai ritmi di Luka Dončić (lungi da me fare paragoni), la sublimazione del concetto di giocatore che sembra lento, ma è semplicemente sempre in controllo.

Tatum resta un realizzatore e infatti le cifre si sono alzate, siano esse numeri grezzi, statistiche avanzate o percentuali al tiro. Ma se l’ex Duke dovesse riuscire finalmente a far girare per bene la sua squadra avrebbe probabilmente fatto il regalo più grande a coach Udoka. Un po’ perché Jaylen Brown, comunque sempre presente, ha raggiunto solo in parte lo straordinario livello della stagione scorsa e un po’ perché ormai l’unica vera point guard pura a roster è Payton Pritchard, che per caratteristiche difficilmente vedremo in campo per più di 15 minuti in postseason.

Gli “altri” celtici presenti in pianta stabile in rotazione continuano intanto a portare il loro mattoncino. Robert Williams è ormai una certezza e non sta tradendo le aspettative alla sua prima vera stagione con minutaggio e responsabilità degne di un titolare. In attacco ha un ruolo abbastanza semplice e codificato, ma lo svolge al meglio e della difesa si è già parlato in abbondanza: TimeLord è ormai uno dei centri più interessanti dell’intera NBA.

Chi invece sta vivendo una seconda giovinezza è Al Horford. Si stenta a credere che il dominicano possa realmente compiere 36 anni a giugno: al netto di quella che è probabilmente la peggior stagione al tiro da fuori in carriera Big Al sembra aver ripreso esattamente da dove aveva lasciato nei suoi migliori momenti in Massachussets. In attacco ha un po’ meno responsabilità ma il ruolo di facilitatore continua a calzargli a pennello; questo è infatti il vero segreto di pulcinella dei Celtics e di tutte le grandi squadre, avere più giocatori (appunto Horford, ma anche White o Grant Williams) in grado di mantenere il vantaggio creato dal Tatum di turno.

Avere affianco TimeLord gli ha sicuramente giovato: non è più l’unico rim protector e può sfruttare tutta la sua esperienza per anticipare, arrivare in aiuto, sporcare linee di passaggio. La sua Block Percentage in carriera ha sempre oscillato tra il 2.2% e il 3.6%: quest’anno siamo a 4.3%, niente male per uno che si sta avvicinando alle mille partite giocate in Regular Season.

L’ultimo (ahiloro, ci torneremo) biancoverde di cui vale la pena parlarvi è Grant Williams, giocatore tanto interessante quanto difficile da decifrare fin dal suo primissimo giorno. Arrivato come una sorta di point forward con spiccate doti difensive à la Draymond Green, è partito bene per poi iniziare una serie di saliscendi di rendimento in cui migliorava in un ambito per calare a picco in un altro. Il rischio di essere inquadrato come un giocatore né carne né pesce è sempre alto in un campionato come quello NBA, ma Grant sembra aver fatto quel passo avanti al tiro che vale più o meno come un’assicurazione sulla vita nel 2022.

Nel momento in cui scrivo viaggia infatti con il 42.5% da tre punti su oltre 3 tentativi di media a partita: appena due anni fa era riluttante anche solo a prendersi triple, figuriamoci a segnarle. Ha anche lui meno responsabilità in cabina di regia, anche perché per quanto bravo sia Udoka il pallone è pur sempre uno solo. In difesa ormai sembra quasi più a suo agio sui piccoli rispetto ai lunghi, ma può comunque fare entrambe le cose. Ad oggi The General è ormai vicino ad essere quel coltellino svizzero che Boston sognava fin dai tempi del Draft.

Questo articolo vi è sembrato un po’ ridondante a livello di nomi, giusto? Non nego le mie responsabilità, la mia penna è lungi dall’essere eccelsa, ma chiedo un alibi: la rotazione dei Celtics, guardando sempre ad aprile-maggio-giugno, è risicatissima. Non più di nove giocatori, ad oggi, possono pensare di avere minuti ai playoffs e solo sette avranno la certezza di giocare ogni partita. Smart, White, Brown, Tatum, Horford e i due Williams: saranno loro a formare il settebello con cui Boston andrà a sedersi al tavolo da gioco dell’Est. Non da favoriti, mi direte voi a ragione. Ma ribaltiamo la prospettive: esiste una squadra su cui mettereste la mano sul fuoco dicendo “sì, vinceranno quattro partite contro Boston”? Ad oggi io sto ben lontano dalle fiamme.

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Enrico Bussetti
Vive per il basket da quando era alto meno della palla. Resosi conto di difettare lievemente in quanto a talento, rimedia arbitrando e seguendo giornalmente l'NBA, con i Mavericks come unica fede.