Lo spettro emozionale della trade Porziņģis

porzingis
Copertina di Matia Di Vito

Niente Ghostbusters né storie paranormali di alcun genere, tranquilli. Nemmeno quegli anatemi pomposi che ogni tanto chi parla di sport si diverte a buttare lì, “fra dieci anni i Mavericks si pentiranno amaramente…” o cose del genere. Semplicemente il modo migliore che ho trovato dal punto di vista deontologico per parlare della più importante mossa di mercato dei Dallas Mavericks dai tempi di…ehm…sì, dell’acquisto di Porziņģis. Che vita grama che fa il tifoso.

Cinque punti di vista da cui osservare questa trade, sistemati in ordine crescente di positività perché sento di meritarmelo. Decidete voi in che punto preferite piazzarvi, io mi sono già sbilanciato troppo. Preferisco di gran lunga scivolare tra una giravolta verbale e l’altra, sperando di concludere che Spencer Dinwiddie sia il pezzo mancante per puntare al titolo. Iniziamo!

Fiumi di lacrime pensando all’hype in mille pezzi

La reazione più istintiva, più di pancia, più legata all’aspetto emozionale. L’addio di Kristaps Porziņģis è una croce sopra al progetto del dynamic duo tutto europeo, scritta con un bel pennarello rosso indelebile. Poco più di tre anni fa in tutto l’ambiente Mavericks si respirava un più che giustificato ottimismo: il processo di ricostruzione, che già aveva subito una brusca accelerata grazie alla precocità dello sloveno con il numero 77, sembrava aver inserito il turbo grazie all’acquisizione di quello che pareva già essere il secondo violino della futura squadra da titolo.

La storia clinica di Porziņģis non dava nessuna vera garanzia, ma la posta in palio era talmente alta che sembrava valesse la pena tentare senza indugio alcuno. Fa sempre bene ribadirlo: in un mercato comunque di piccole dimensioni come Dallas è praticamente impossibile aggiungere delle stelle o aspiranti tali passando dal mercato dei free agent, ergo uno scambio di questo tipo si accetta sette giorni su sette (a meno che, forse, non abbiate il curriculum al Draft dei San Antonio Spurs, ma non è decisamente il caso di Dallas).

La cosa giusta da fare nel gennaio 2019 era, con tutta probabilità, acquistare KP. La cosa giusta da fare a febbraio 2022 era, con tutta probabilità, scambiarlo. Ma farà malissimo per un bel po’ di tempo pensare che non vedremo più questi due, che mi ostino a pensare fossero comunque compatibilissimi almeno nella metà campo offensiva, insieme con indosso la maglia biancoblu.

Tristezza pensando al prossimo futuro

Quando ci si approccia ad una trade NBA è bene ricordare di non soffermarsi solo sul qui ed ora, ma è naturale che la domanda più spontanea sia: i Dallas Mavericks, guardando ai playoff 2022, sono più competitivi rispetto a prima dello scambio? La risposta è probabilmente no.

Il nuovo corso di Jason Kidd è stato finora abbastanza complesso da decifrare. I suoi Mavs finora sono andati un po’ al contrario di quanto ci si aspettasse, difendendo come poche altre volte (o forse mai!) nell’intera storia della franchigia e attaccando in maniera appena sufficiente. Ciononostante sono rimasti bene o male in linea di galleggiamento fino a Natale, quando, risolti i problemi legati alle mille assenze per health and safety protocol, sono riusciti ad ingranare sistemandosi stabilmente nell’alta borghesia della Western Conference.

La nobiltà costituita da Suns e Warriors resta comunque piuttosto lontana, ma i Mavericks pre-trade avevano legittime ambizioni di passaggio del primo turno, autentica chimera dai tempi del titolo del 2011. I giovani e rampanti Grizzlies restano tutti da testare in ambito playoff, mentre sia i Jazz che i Nuggets sembravano non accoppiarsi così bene con Dallas. Il sistema difensivo di Utah, interamente (e forzatamente) basato su Rudy Gobert e sulla drop coverage, non sembrava granché adatto a contenere le sfuriate di Dončić e proprio Porziņģis sembrava rappresentare l’arma in più per costringere il centro francese a scegliere se restare in area e convivere con il tiro da fuori del lettone o allontanarsi da canestro lasciandolo a quel punto completamente sguarnito.

I Nuggets sembrano messi addirittura peggio in termini di difesa point of attack, con Luka pronto a fare il bello e il cattivo tempo. Jokic, forse anche meno mobile di Gobert, avrebbe sicuramente risposto a tono dall’altra parte, ma un corpo come quello di Porziņģis resta comunque non banale da superare. In più, il Joker non è un rollante di primissimo livello e le debolezze strutturali di Dallas sarebbero state meno esposte.

Con questo scambio, chiaramente, si riparte quasi da zero. Già è difficile in termini generali pensare che una squadra che perde il suo secondo giocatore più importante a metà anno possa conservare intatte le sue ambizioni; auspicando pure, nello specifico, un ambientamento immediato di Dinwiddie e Bertāns la sensazione è che a Dallas manchi comunque qualcosa per poter essere davvero competitiva in postseason. Chiaramente lo scambio è stato fatto guardando più avanti di questa stagione, ormai lasciata un po’ all’inerzia e alla speranza, ma pensare ai Mavericks fuori al primo turno per il terzo anno consecutivo farebbe star male qualsiasi tifoso. In NBA la programmazione a medio-lungo termine resta fondamentale, ma è anche vero che prima o poi bisogna iniziare a tirare le somme o si inizia davvero a scherzare col fuoco.

Faccia da Andrea Pirlo pensando al fit con Luka

La mimica facciale del miglior centrocampista della storia moderna del calcio italiano (le mie pulsioni estremiste dovranno sfogarsi in qualche sport, no?) mi è sembrata perfetta per rappresentare le mie sensazioni su come cozzino i due nuovi acquisti con la stella polare dei Mavericks.

Non ci vuole un astrofisico per pensare a dove si posizionerà Dāvis Bertāns nello scacchiere tattico di Dallas: fuori dalla linea dei tre punti, magari in un angolo, a ricevere i cioccolatini di Dončić e a fare del proprio meglio per scartarli. That’s all folks.

Solitamente, tra l’altro, chi gioca nella squadra di Dončić e sa tirare da tre tende a trovarsi…come dire, benino.

Niente di straordinariamente esaltante fin qui, ma c’è da puntualizzare che Bertāns quest’anno ha buttato nel cesto meno del 32% dei suoi tentativi da tre punti con la maglia di Washington. Se c’è un modo per provare ad aggiustare il suo tiro, Bertāns è finito nel posto giusto per scoprirlo; la storia recente di Joe Harris e Duncan Robinson insegna, tra l’altro, come l’avere un tiratore dinamico praticamente infallibile sia un toccasana non da poco.

Nella metà campo difensiva le cose cambiano un po’: la poca propensione al rimbalzo del nuovo lettone potrà essere compensata anche dallo stesso Dončić che spesso preferisce iniziare l’azione prendendosi direttamente il rimbalzo, ma sia come rapidità di piedi che come protezione del ferro Bertāns è un giocatore mediocre a dir poco. Leggero, lento, difficilmente nascondibile: in poche parole tutto quello che ai playoff si tenta disperatamente di non avere. Starà a Kidd stupirci un’altra volta.

Per quel che riguarda Spencer Dinwiddie le cose in difesa sono migliori: “The Mayor” è una guardiona che supera il metro e novantacinque, e questo, unito alla buona volontà, in NBA è spesso e volentieri sufficiente per non fare danni. Se cercate materiale da First Team All-Defense siete nel posto sbagliato, ma non ci si può lamentare troppo.

In attacco ci sono molte più curiosità e di pari passo più dubbi. Ho scritto talmente tante volte il termine “creatore secondario” parlando di questa squadra da averne ormai la nausea, quindi mi limiterò a dire che l’estrema necessità nel roster dei Mavericks di un giocatore che sappia palleggiare a un livello accettabile dal cognome diverso da Dončić o Brunson sembra essere stata finalmente colmata.

Dinwiddie non è un playmaker eccezionale per tempi e scelte, ma attacca bene il ferro grazie alla stazza, e la sua capacità di generare punti facili lo rende automaticamente un passatore rispettabile. Sa giocare il pick and roll e se sano è in grado di conquistare un buon numero di tiri liberi, manna dal cielo nelle serate in cui l’attacco è asfittico.

Siamo però sicuri che una guardia con il 31.8% da tre punti in carriera e che ha sempre avuto bisogno del pallone in mano per rendere sia il miglior profilo da affiancare a Luka? La risposta è no, ma la domanda è fin troppo facile quindi la pongo in maniera diversa: è possibile trovare la giusta combinazione per far condividere a Dončić e Dinwiddie un quantitativo di minuti sul parquet tale da evitare che si pestino i piedi e contemporaneamente massimizzare l’efficacia dell’attacco?

Non ho la risposta a questa domanda in maniera immediata e probabilmente anche Kidd ce l’avrà solo dopo aver sperimentato più quintetti. La situazione non è tragica, ma è lontana dall’essere la migliore possibile e qui sì che si può guardarla da entrambi i lati senza sbagliarsi. Tutto questo fino a quando si guarda a Dinwiddie e Bertāns come componenti del roster a lungo termine…

Sorriso speranzoso pensando alla flessibilità

A parer mio, infatti, non è affatto scontato che i Dallas Mavericks 2023 assomiglieranno ai loro predecessori e arrivo a dire che sarei stupito di non vedere, nel 2024, una squadra profondamente diversa da quella attuale.

Uno degli aspetti negativi dell’avere Porziņģis in squadra era sicuramente rappresentato dal suo contratto al massimo salariale firmato nel 2019. 31.6 milioni a libro paga per quest’anno e 33.8 per il prossimo, più una player option da 36 per il 2023-24 che (mi sbilancio notevolmente) il lettone potrebbe essere fortemente interessato ad esercitare. Un bel macigno, anche in relazione alle prestazioni finora offerte, limitante per molte altre operazioni e difficile da alleggerire, tanto difficile da non essere stato di fatto alleggerito.

Il pacchetto Dinwiddie-Bertāns pesa per 33.1 milioni in questa stagione e per 34 in quella successiva. Potrebbe scendere a circa 27 nel 2023-24 in caso Dinwiddie giocasse un numero molto ridotto di gare nelle due precedenti regular season, ma parliamo comunque di una differenza di poco conto.

Quello che ha fatto Dallas è, di fatto, dividere in due parti il contratto di Porziņģis e questa mossa potrebbe rivelarsi molto più interessante. Prendiamo in esame gli stipendi del prossimo anno: mettendo da parte Dončić per ovvi motivi, Dallas pagherà circa 19 milioni di dollari ad Hardaway Jr., 18 a Dinwiddie, 16 a Bertāns, 12 a Finney-Smith, 11 a Powell e 10 a Bullock. Aggiungiamoci anche i 9 a Kleber che diverranno garantiti tra qualche giorno e i probabili 20 che si accaparrerà Brunson in estate. Una bella manciata di contratti tra i 10 e i 20 milioni che sono spesso i preferiti in sede di trade, essendo facili da incastrare in tante combinazioni a mo’ di Lego.

Spendibili due o tre alla volta, potrebbero coincidere alla perfezione con i salari di qualche stella in odore di scambio. Bradley Beal, tanto per restare a Washington. Ma anche Damian Lillard, Rudy Gobert, Jaylen Brown o perfino Kyrie Irving. Ovviamente non basta far coincidere le cifre, ci vuole l’opportunità giusta, una combinazione interessante per l’altra squadra e soprattutto altri asset di valore, leggasi giovani promettenti o scelte al Draft. Per la prima opzione Josh Green potrebbe essere una carta interessante da giocare, mentre per quanto riguarda il Draft, il controllo dei Knicks su molte scelte dei Mavericks sta volgendo finalmente al termine e sarà del tutto concluso nel 2024.

Mai come in sede di trade la teoria è una cosa e la pratica spesso e volentieri un’altra, totalmente diversa. Ma vediamola così: Dallas ha deciso, a torto o a ragione, che questa struttura di squadra non fosse sufficiente per lottare per il titolo nel medio termine e ha deciso di cambiare le cose. La conseguenza è che i Mavericks sono molto più vicini ad avere un supporting cast che funzioni intorno a Luka Dončić di quanto non fossero appena un mese fa.

Euforia totale pensando all’infermeria

Lo scambio è stato ufficializzato ben venti giorni fa, ma Kristaps Porziņģis deve ancora esordire in maglia Wizards. A dirla tutta KP non mette piede in campo dal 29 gennaio e in tutto ha già saltato 28 partite in questa stagione, a fronte di 34 giocate. Il lettone ha giocato dunque finora solo il 54.8% delle partite della stagione 2021-22; nel 2020-21 era stato presente il 63.3% delle volte e nel 2019-20 il 74.1%.

A conti fatti, dunque, la tenuta fisica del lettone è andata peggiorando e non migliorando negli anni successivi all’infortunio al crociato del 2018 con i Knicks. Nelle ultime due stagioni, poi, l’Unicorno non è mai riuscito a giocare più di 12 partite consecutive senza fermarsi. Com’è possibile per una squadra riuscire a trovare un minimo di stabilità da cui partire con queste premesse?

Il dispiacere umano per Kristaps c’è sempre stato e rimane tale, ma su di lui sembrava esserci un’autentica maledizione che si spera possa sparire con la nuova casacca. Devo essere onesto: la sensazione che provo quando penso che non dovrò più preoccuparmi di controllare l’infermeria temendo di trovarci Porziņģis a sorpresa è di puro sollievo.

Dallas può finalmente cercare la tanto sospirata amalgama con un po’ più di tranquillità. Anche in caso di esiti negativi si avrebbe comunque un risultato certo, tangibile, senza vivere in quel limbo eterno di “E con KP SANO come sarebbe finita?”, “Se Luka e KP giocano un anno intero insieme da SANI è la svolta” e “Ma Porziņģis SANO e in fiducia, in NBA, chi lo può marcare?”.

Forse è questo che tanti hanno sbagliato, nella storia recente dell’Unicorno. Forse è davvero ora di smettere di guardare a KP in potenza e cominciare a guardare a quanto si è raccolto in confronto a quanto si è seminato. O almeno, Dallas evidentemente ha ragionato così. Può darsi che sia la scelta giusta, ma è anche possibile che questa sia la comfort zone che mi sono creato per vedere ancora una volta solo il buono di questo scambio. Vedete voi, in tal caso, se sia il caso di fare un altro giro di giostra e ricominciare da capo. Nel frattempo io cerco di farmi insegnare da Spencer e da papà Mark come funzionino questi benedetti NFT.

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Enrico Bussetti
Vive per il basket da quando era alto meno della palla. Resosi conto di difettare lievemente in quanto a talento, rimedia arbitrando e seguendo giornalmente l'NBA, con i Mavericks come unica fede.