Jaden McDaniels è il miglior giocatore che non abbiate mai visto giocare

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Copertina di Sebastiano Barban

La notte del draft può essere snervante per i meno esperti di pallacanestro collegiale. Dopo l’iniziale euforia per le prime scelte il tempo comincia a passare sempre più lentamente, la notte avanza inesorabile e i nomi dei giocatori conosciuti finiscono, dando il via all’elenco di questi apparenti carneadi e alla smania di capire che ruolo potrebbero rivestire nella propria squadra.

Dopo le scelte di due giocatori pubblicizzati e “famosi” come Anthony Edwards e Leandro Bolmaro con le scelte #1 e #23, al draft 2020 il front office dei Minnesota Timberwolves stava attendendo l’arrivo della scelta #28, l’ultima a propria disposizione.

Come ricordano Gersson Rosas e Gianluca Pascucci – rispettivamente President of Basketball Operations e Assistant GM – in un ottimo articolo uscito su The Athletic, quei minuti sembravano non passare mai: gli Wolves volevano un prospetto in particolare e non sapevano se sarebbe arrivato. Alla fine così è stato, e Jaden McDaniels è diventato un giocatore di Minnesota.

Anche se con un passato da stella a livello di high school, l’unico anno di università a Washington di McDaniels aveva fatto precipitare le sue quotazioni: tra problemi di falli e un carattere apparentemente troppo focoso che lo portava a prendere molti tecnici, gli scout e i draft analyst erano molto scettici sul suo conto.

I Timberwolves invece avevano visto qualcosa in lui, e fin dal primo giorno al piano di sopra tutti hanno lodato la sua attitudine positiva in qualsiasi situazione. Jaden stesso ha recentemente sorriso ripensando a come era stato caratterizzato prima del draft: un chiaro esempio di incomprensione del personaggio, così come era accaduto allo stesso Anthony Edwards. Ma che giocatore è Jaden McDaniels? E perché tanti addetti ai lavori sono così in estasi riguardo al suo potenziale?

Tranquilli, se non l’avete mai visto giocare non è colpa vostra. Nessuno vuole vedere i Timberwolves, figuriamoci la squadra che gioca in Summer League; in realtà neanche i loro tifosi li vorrebbero vedere, ma per qualche strano meccanismo di autolesionismo si ritrovano ogni singolo anno a guardarli perdere con costanza implacabile.

Ma siccome chi vi scrive è uno degli appartenenti a questo malaugurato gruppo, andiamo a scoprire perché il nome di McDaniels generi così tanto hype tra gli addetti ai lavori, che tipo di giocatore sia sui due lati del campo e in quale direzione sarebbe meglio indirizzare il suo sviluppo.

Il prototipo dell’ala moderna

La prima caratteristica di McDaniels che salta all’occhio è indubbiamente la sua lunghezza. Le varie misurazioni pre-draft non concordano, ma si può dedurre che lo scorso anno fosse alto circa 206 centimetri e avesse un’apertura alare di più di 210 centimetri; è da sottolineare però come nel roster annunciato per la Summer League alla voce “altezza” sia segnato di un pollice più alto rispetto allo scorso anno, portandolo quindi a poco più di 208 centimetri.

In ogni caso, poco importa: sono numeri impressionanti ed estremamente intriganti per la NBA del 2021, in cui si pone spesso l’accento sulle dimensioni e sulla wingspan dei giocatori.

Pur con questi grandi mezzi a proprio vantaggio, il buon senso suggeriva però che Jaden non avrebbe potuto contribuire da subito alla causa, sia a causa della sua percepita “impreparazione” a questi livelli sia a causa della sua magrezza (84kg, decisamente pochi per essere così alto), che si pensava l’avrebbe limitato contro i giocatori NBA già fisicamente sviluppati.

Invece, dopo una decina di partite passate a guardare dalla panchina o con minuti esclusivamente nel garbage time, la pochezza delle altre ali dei Timberwolves ha portato l’allora head coach Ryan Saunders a dargli fiducia: McDaniels è definitivamente entrato nelle rotazioni in una sconfitta (strano, eh?) contro i Magic e non ne è mai più uscito.

Come vedremo poi, offensivamente Jaden si è limitato a tirare sugli scarichi e correre in transizione, due compiti concettualmente facili e che ha assolto con risultati tutto sommato accettabili. Sorprendentemente, il lato del campo in cui si è dimostrato un vero e proprio game changer è quello difensivo: in una squadra che a roster aveva il caotico Josh Okogie come unico difensore sopra la media – un’ala lievemente sottodimensionata ma dalle braccia lunghe e solidissimo fisicamente – l’esplosione di McDaniels è stata ricevuta come manna dal cielo.

Il #3 di Minnesota è sembrato a proprio agio nella difesa sulla palla contro qualsiasi tipo di avversario, sia che fosse una guardia rapidissima e sgusciante come Kyrie Irving, sia che fosse un megacreator più grosso come James Harden. Vedere per credere.

Oppure, se preferite un altro tipo di matchup, ecco un paio di buone difese contro Luka Dončić, un altro dei migliori giocatori offensivi della lega. Nel primo video non si fa spingere via dallo sloveno nonostante la differenza di peso e mette le mani sul pallone, forzando la palla a due; nel secondo riesce a negare la linea di passaggio per Finney-Smith e allo stesso tempo a scoraggiare la penetrazione, poi rimane vicino a Dončić e infine contesta bene lo step back mortifero della stella dei Mavericks.

L’aspetto più intrigante del potenziale difensivo di McDaniels non è però la difesa sulla palla, bensì la difesa in aiuto. Le lunghe leve, l’atletismo sopra la media e soprattutto degli istinti clamorosi gli hanno permesso già da subito di avere un impatto fuori scala da help defender, facendogli registrare alcune giocate da highlight non trascurabili.

Tra i rookie con almeno 500 minuti giocati in stagione, Jaden ha fatto registrare 1.4 stoppate per 36 minuti – quarto dell’intera draft class e primo se escludiamo i centri. Il video qui sotto raccoglie alcune delle stoppate più spettacolari della stagione di McDaniels, con alcune vittime illustri come LeBron James e Zion Williamson. Are you not entertained?

L’apporto difensivo di McDaniels però non si ferma qui, poiché l’abbinamento tra mani veloci e reattività off ball lo porterà ad avere un futuro florido anche da roamer e sulle linee di passaggio. Per ora i numeri di palle rubate e palloni sporcati non sono alti, ma se in futuro verrà utilizzato di più lontano dalla palla che da difensore primario si alzeranno sicuramente.

Per esempio, guardate questa clip: qui i Timberwolves sono schierati a zona e Jaden deve preoccuparsi sia dell’area – occupata da Harrell – sia di Morris sul perimetro. Il #3 dei Timberwolves capisce le intenzioni di LeBron James, intercetta il passaggio e fa partire la transizione offensiva.

Quindi, con un anno di esperienza alle spalle, che giocatore può diventare nella sua metà campo? Il paragone più immediato sarebbe quello con Jonathan Isaac, ma difensivamente il giocatore dei Magic era un gradino sopra a Jaden prima di infortunarsi un’altra volta. Forse il parallelismo più sensato sarebbe quello con Robert Covington, un altro giocatore che i tifosi dei Timberwolves conoscono bene, ma McDaniels ha tutti i mezzi per diventare migliore di lui on ball, soprattutto sulle guardie.

Perciò probabilmente la risposta giusta (che non significa che ci sia la certezza che si sviluppi in questo modo, ça va sans dire) è la versione migliorata di un ibrido tra RoCo e Jerami Grant, un’altra ala dalle braccia infinite e con abilità di difendere su quattro posizioni.

Un bagaglio offensivo in espansione

Come accennato in precedenza, l’inserimento graduale nelle rotazioni è coinciso con un ruolo ridotto in attacco. McDaniels ha giocato prevalentemente da tiratore sugli scarichi, cercando di non fare danni e rispettando le gerarchie: il rookie ha concluso la stagione con 5.8 tiri tentati a partita (di cui 3.1 sono triple), numeri che lo rendono il dodicesimo giocatore a roster per tentativi su 36 minuti, davanti solo a Okogie, Vanderbilt ed Ed Davis.

I numeri di Jaden in spot-up non sono stati straordinari, anzi, ma la forma di tiro non è affatto malvagia, come ha confermato il nostro esperto Andrea Snaidero dopo essere stato interpellato sull’argomento: «La shooting form è buona e il tocco sembra veramente ottimo. Tende ad arcuare un po’ troppo le gambe e la schiena quando tira – e questo potrebbe causare qualche problemino a livello di trasmissione della forza – ma è un problema “naturale”, poiché è causato dal suo baricentro alto e dalla sua lunghezza.

L’unica vera red flag è il fatto che tenda a buttare la testa all’indietro, un po’ come Giannis Antetokounmpo, un altro giocatore che non a caso è estremamente “lungo”. In ogni caso footwork, fluidità e tocco sono da manuale, perciò sembra naturale aspettarsi un innalzamento delle percentuali in futuro».

Nei momenti in cui non stazionava sul perimetro per ricevere gli scarichi, McDaniels ha fatto intravedere qualche flash interessante da tagliante, un aspetto che dovrebbe combaciare perfettamente con l’idea di gioco di Chris Finch e con le caratteristiche del roster. L’intesa con i compagni non è sempre stata perfetta, ma istinti e tempi per i tagli sembrano esserci, come si può notare dalle clip qui sotto.

Un’occhiata al potenziale offensivo inespresso di Jaden si è potuta dare in quest’ultima Summer League: il livello della competizione – come ben sappiamo – è quello che è, ma il #3 dei Timberwolves ha giocato da vero e proprio dominatore, portando Minnesota a un immacolato 4-0 prima di accomodarsi in tribuna per l’ultimo confronto con New Orleans.

McDaniels ha avuto spesso la palla in mano e ha potuto sbizzarrirsi, giocando da prima opzione offensiva dei suoi ed esplorando parti del suo gioco in un modo che in NBA non avrebbe neanche potuto sognare.

Lo abbiamo visto agire da ball-handler secondario a difesa schierata, tirare dal palleggio e penetrare con convinzione, vincendo ogni matchup e tenendo a bada il diretto avversario. È vero, il livello medio generalmente alto dei compagni può averlo aiutato e il suo ball-handling non avrebbe diritto di cittadinanza in NBA, ma i flash del potenziale sono stati più che impressionanti e finalmente qualche persona in più – primi tra tutti i commentatori di NBA TV, che non si aspettavano di certo di trovare un talento di questo tipo dietro a un nome così poco conosciuto – sta cominciando a riconoscerlo.

Curiosamente tutto ciò non è bastato a farlo includere nei due quintetti dei migliori giocatori della Summer League, ma Jaden si è comunque tolto varie soddisfazioni, tra cui segnare questo canestro per mandare al supplementare la partita contro Philadelphia e portarsi a casa la vittoria e il premio di migliore in campo contro un giovane più affermato e pubblicizzato come Patrick Williams.

I prossimi passi

Per quanto possa sembrare anacronistico parlare di ruoli nell’anno domini 2021, è proprio l’amletico dubbio tra 3 e 4 il principale nodo da sciogliere riguardante lo sviluppo di McDaniels. In una splendida intervista rilasciata a Britt Robson di The Athletic, Chris Finch ha espressamente parlato della sua preferenza per uno sviluppo da ala piccola, e personalmente non posso che concordare in pieno.

Schierarlo da 3 consentirebbe innanzitutto di mascherare quello che attualmente è il suo unico limite fisico, il peso, e in particolare andrebbe a esaltare le sue qualità nella propria metà campo. Per rendere al meglio offensivamente in questa veste necessiterebbe di un miglioramento delle percentuali, ma la presenza di un unicorno come Karl-Anthony Towns mitigherebbe eventuali problematiche in tal senso.

Però, nonostante la spasmodica ricerca di un 4 da parte del front office vada avanti da ormai due anni, l’attuale costruzione del roster (purtroppo) obbligherà Finch a dare a Jaden tanti minuti in quel ruolo. Lo spot di ala grande al momento è conteso tra Taurean Prince, Jarred Vanderbilt (che verosimilmente verrà rifirmato nei prossimi giorni) e il two-way Nathan Knight, tre giocatori che possono far parte della rotazione ma che non sono dei titolari a livello NBA.

È probabile che uno di questi figurerà tra gli starter, ma nessuno corrisponde all’identikit di 4 fisico (come Larry Nance, JaMychal Green o P.J. Tucker) che avrebbe aiutato Karl-Anthony Towns in difesa e allo stesso tempo avrebbe permesso a McDaniels di giocare da 3.

Mettendo da parte le considerazioni legate al contesto, lo sviluppo individuale del prodotto di Washington non dovrà essere forzato, visto che nessuno ha interesse che McDaniels bruci le tappe e rischi di bruciarsi in prima persona. In primis sarebbe opportuno che cominciasse a lavorare di più in palestra per aumentare la propria massa muscolare, qualcosa che ha affermato di aver già cominciato a fare, così da poter reggere meglio i contatti con gli atleti NBA e diventare ancora più temibile nella sua metà campo.

In secundis è lecito aspettarsi un ulteriore salto in avanti in difesa, diventando più vocale (a questo proposito, la presenza di un veterano come Pat Beverley lo aiuterà enormemente) e correggendo alcuni dei fisiologici errori da rookie in cui è incappato lo scorso anno.

Per ultimo, ma sicuramente non per importanza, ci si aspetta un passo in avanti anche in attacco: al di là del discorso precedente sulle percentuali, avere la Summer League e un training camp intero a propria disposizione (a differenza della scorsa stagione, azzoppata dalla pandemia) lo aiuteranno a fare qualche passo in questo senso.

Per quanto possa piacergli accostarsi a Paul George, Minnesota non ha bisogno che faccia da subito un salto di questo tipo: quest’anno basterebbe che riuscisse ad attaccare costantemente i closeout, affinasse le proprie doti da tagliante e concretizzasse i vantaggi procurati dagli altri creatori a roster, Karl-Anthony Towns e Anthony Edwards su tutti.

Per il resto, nonostante tutti si augurino di trovarsi la seconda venuta di PG13 a roster, c’è tempo. I Timberwolves l’hanno voluto, hanno trattenuto il fiato per 27 scelte e alla fine l’hanno ottenuto: Jaden McDaniels è un loro giocatore e – per somma gioia di compagni, dirigenti e soprattutto tifosi – salvo clamorosi ribaltoni lo sarà ancora per molto tempo.

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Daniele Sorato
Tifoso suo malgrado dei Minnesota Timberwolves, nel tempo libero viaggia, colleziona dischi e studia Scienze Internazionali all’Università degli Studi di Milano. Odia parlare di sé in terza persona e sicuramente non si guadagnerà da vivere scrivendo bio.