Preview Timberwolves 21/22: la ricerca della stabilità

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Copertina di Sebastiano Barban

Arrivi: Patrick Beverley (trade), Taurean Prince (trade), Leandro Bolmaro (Draft 2020), Nathan Knight (two-way), McKinley Wright IV (two-way).

Partenze: Ricky Rubio (trade), Juancho Hernangómez (trade), Jarrett Culver (trade), Ed Davis (free agent).

Depth Chart

PG: D’Angelo Russell, Patrick Beverley, Jordan McLaughlin, McKinley Wright IV

SG: Anthony Edwards, Malik Beasley, Jaylen Nowell

SF: Jaden McDaniels, Taurean Prince, Leandro Bolmaro

PF: Jarred Vanderbilt, Josh Okogie, Jake Layman

C: Karl-Anthony Towns, Naz Reid, Nathan Knight

Cosa salvare della stagione 2020/21?

Il record di 23-49 – sestultimo nella lega, davanti solo a Cavaliers, Pistons, Magic, Rockets e Thunder – è un buon indicatore di come i Timberwolves puntino a cancellare dalla propria memoria la maggior parte della scorsa stagione. Minnesota ha visto il proprio giocatore franchigia infortunarsi dopo solamente due partite, la teorica co-star deludere enormemente le aspettative e una pioggia di polemiche accompagnare l’arrivo di un nuovo allenatore dopo il licenziamento del precedente. Insomma, non proprio una stagione tranquilla.

Andiamo per ordine. Dopo un’estate più che terrificante a livello personale che l’ha visto perdere la madre e altri sei parenti stretti a causa del COVID, Karl-Anthony Towns è stato colpito anche dalla rottura del polso sinistro e soprattutto da una forma particolarmente aggressiva del virus.

Il risultato è stato quello di ritrovarsi costretto a rimanere ai box per 22 partite (giocando sostanzialmente con una mano sola nelle gare restanti) e di dover convivere costantemente con crisi d’ansia causate dai traumi che ha dovuto sopportare durante l’ultimo anno, come Towns stesso ha rivelato in una splendida intervista a Sports Illustrated.

D’Angelo Russell, che nei piani di Gersson Rosas sarebbe dovuto essere il perfetto complemento per KAT, ha saltato a sua volta 30 partite a causa di un’operazione al ginocchio e ha ampiamente deluso le aspettative, non riuscendo a ripagare la fiducia che il front office aveva riposto in lui. L’ex Nets ha discusso spesso con l’allora coach Ryan Saunders e ha messo in mostra il solito atteggiamento passivo nella metà campo difensiva, andando molto lontano da quell’impatto che sarebbe richiesto a un max player che è stato preso per giocare da seconda scelta offensiva.

Lo stesso Ryan Saunders è stato individuato come primo colpevole delle scarse prestazioni della squadra: il figlio di Flip è stato perciò licenziato senza tanti complimenti dopo 31 partite in cui i Timberwolves avevano tenuto un record di 7-24, il peggiore della lega. Solitamente in questi casi il primo assistente viene promosso a capo allenatore ad interim e gli viene data la possibilità di mettersi in mostra fino alla fine della stagione, ma sorprendentemente il front office dei Timberwolves ha deciso di operare in modo differente.

Anziché promuovere l’associate head coach David Vanterpool, Minnesota ha deciso di firmare a stagione in corso Chris Finch, assistente di Nick Nurse a Toronto. Questa mossa estremamente inusuale ha scatenato un polverone, attirando critiche feroci per non avere nemmeno preso in considerazione Vanterpool e soprattutto per la mancanza di un vero e proprio processo di selezione, come sottolineato anche da un comunicato dell’associazione allenatori.

Passata la tempesta e arrivata la pausa per l’All-Star Weekend, i Timberwolves sono riusciti a raddrizzare parzialmente la rotta e a salvare quantomeno le apparenze. La banda di Finch ha vinto 16 delle 36 partite disponibili e ha messo in mostra una pallacanestro estremamente più godibile rispetto all’inizio dell’anno, complice anche l’avere finalmente a disposizione il roster al completo (con l’eccezione di Malik Beasley).

Minnesota nel frattempo si è goduta l’esplosione (tardiva) della prima scelta assoluta Anthony Edwards e l’insperata crescita del rookie Jaden McDaniels, di cui abbiamo già parlato molto approfonditamente in questo articolo.

I segnali positivi dai giovani, il rientro definitivo di Towns e Russell e la chiusura della stagione in volata hanno reso meno amara per i tifosi un’altra annata sostanzialmente fallimentare, dandogli la possibilità di guardare all’anno successivo con la solita (e spesso immotivata) positività, in pieno stile Timberwolves.

Finalmente un’offseason tranquilla… o forse no

Dopo una stagione così pregna di eventi, l’estate dei Timberwolves si prospettava finalmente come una delle più tranquille degli ultimi anni. Minnesota si ritrovava senza spazio salariale e senza scelte al draft, dopo che la lottery aveva consegnato la settima scelta assoluta – ceduta insieme a Wiggins per arrivare a D’Angelo Russell – a Golden State.

L’unica parvenza di novità era data dall’arrivo tra i proprietari di Marc Lore e Alex Rodriguez – per ora nelle vesti di minority owner, ma che dal 2023 diventeranno azionisti di maggioranza della franchigia – e dal rookie Leandro Bolmaro, scelto con la pick #23 lo scorso anno e arrivato nel Minnesota dopo un anno di stash al Barcelona.

Anche le modifiche al roster erano state per lo più marginali. A Cleveland era andato Ricky Rubio, reduce da una delle peggiori stagioni in carriera nonostante l’ondata di affetto che aveva accompagnato il suo arrivo, mentre a Memphis si dirigevano Jarrett Culver e Juancho Hernangómez, il quale dopo un’annata horror aveva chiesto la cessione a causa di un grave litigio avuto con Rosas, che gli aveva sostanzialmente impedito di partecipare alle Olimpiadi con la sua Spagna per non aggravare un infortunio alla spalla. In cambio gli Wolves ricevevano Patrick Beverley, Taurean Prince, una seconda scelta futura da Cleveland e cash considerations.

L’idea alla base di questi scambi era in primis quella di migliorare il roster nell’immediato – acquisendo veterani tosti ed esperti che potessero portare quella durezza mentale tanto necessaria nello spogliatoio – in cambio di tre giocatori che avevano deluso, e in secundis quella di ricavare un po’ di spazio sotto la soglia della luxury tax, così da ottenere un minimo di margine di manovra.

Mentre Anthony Edwards deliziava il pubblico televisivo della Summer League con il suo brio e la rappresentativa dei Timberwolves demoliva gli avversari in campo, l’estate di Minnesota scorreva tranquillamente. Dopo vari mesi passati a negoziare arrivavano anche i rinnovi di Jarred Vanderbilt (13.8 milioni in 3 anni) e Jordan McLaughlin (6.5 milioni in tre anni), perciò il roster poteva dirsi completato.

Per dovere di cronaca è corretto menzionare anche il fortissimo interesse che i Timberwolves hanno mostrato e continuano a mostrare per Ben Simmons. La richiesta di trade della stella di Philadelphia ha fatto sognare i tifosi come poche altre volte, ma è stato chiaro fin dall’inizio che le richieste dei 76ers fossero proibitive e che per Minnesota – che non vuole privarsi per nessun motivo di Towns ed Edwards e preferirebbe tenere anche Russell – il nome di Simmons rimanga solo una suggestione, almeno per ora.

L’evento che ha sconvolto l’offseason degli Wolves è arrivato nel momento più inaspettato possibile: il 22 settembre, a pochissimi giorni dall’inizio del training camp, un tweet di Shams Charania annunciava che le strade di Gersson Rosas e dei Timberwolves si dividevano. Una notizia assolutamente inaspettata per qualsiasi persona esterna alla franchigia e, a giudicare dalla reazione riportata qui sotto, anche per qualcuno al suo interno.

Le motivazioni della decisione – a cui pare abbiano partecipato in maniera decisiva anche Rodriguez e soprattutto Lore – sono molteplici e non legate solamente al basket, visto che il licenziamento di Rosas è arrivato dopo poco più di due anni dal suo arrivo, un lasso di tempo relativamente breve per un lead executive.

Secondo i report più affidabili, il problema principale risiedeva nel clima teso e tossico che si era instaurato nel front office dei Timberwolves a causa dello stile di leadership di Rosas. Il dirigente colombiano pretendeva che i suoi sottoposti lavorassero per moltissime ore, ma allo stesso tempo non gli dava né la giusta importanza né la possibilità di prendere effettivamente decisioni rilevanti.

Inoltre Rosas aveva impedito a Sachin Gupta – il suo braccio destro e una figura molto rispettata nei circoli NBA – di essere assunto con le stesse mansioni (ma con uno stipendio migliore) dagli Houston Rockets, causando un grave deterioramento nei rapporti e l’esclusione di Gupta dagli uffici della squadra.

Rosas aveva anche deciso di non rinnovare il contratto di Žarko Đurišić, che faceva parte dell’organizzazione dal 1996 con vari ruoli nello scouting ed era benvoluto da tutti. Come se ciò non bastasse, vari agenti di giocatori NBA avevano espresso rimostranze riguardanti il suo modo di condurre le trattative, lamentando una mancanza di trasparenza e di fede alla parola data.

A versare ulteriore benzina sul fuoco non poteva mancare anche del gossip: la scoperta di una relazione extraconiugale tra Rosas – che è sposato e ha tre figli piccoli – e una donna all’interno dell’organizzazione ha ulteriormente peggiorato la sua situazione. Non male per un uomo che aveva passato due anni a dire di voler costruire una “famiglia” e non solo una semplice squadra di basket.

Se a tutti questi elementi aggiungiamo lo sdegno causato dall’assunzione di Finch, il già citato litigio con la federazione spagnola riguardante la mancata partecipazione di Hernangómez alle Olimpiadi e il record complessivo di 42-94 sotto la sua gestione, il quadro generale suggerisce come ormai fosse solo una questione di tempo prima che il proprietario Glen Taylor decidesse di prendere in mano la situazione.

Ciò che però ha stupito di più non è tanto l’effettivo licenziamento, quanto il tempismo: Rosas è stato mandato via a pochi giorni dall’inizio della nuova stagione, una stagione che i Timberwolves disputeranno con un roster costruito interamente da lui. Il problema non è solo quello di dover sopportare l’ennesimo cambio di rotta, bensì l’aura di instabilità e disfunzionalità che aleggia costantemente su una franchigia che non sembra riuscire a smettere di essere la vittima di se stessa.

Minnesota continua imperterrita a mettersi i bastoni tra le ruote e ciò si ripercuote su tutti i livelli dell’organizzazione, fino ad arrivare ai giocatori. Per quanto chi va in campo non si senta granché colpito dalle dinamiche interne al front office, e ciò è stato ribadito più volte nel corso delle ultime settimane, è chiaro che ci sia un disperato bisogno di stabilità.

La necessità di avere un ambiente stabile è talmente chiara che durante il media day perfino il solitamente tranquillo Karl-Anthony Towns ha deciso di dire la propria senza alcun filtro, rilevando quanto la franchigia che sette anni fa l’ha scelto al draft sia spesso sembrata più un manicomio che una squadra di pallacanestro.

Ora le redini passano a Sachin Gupta, il primo lead executive indiano nella storia della lega, che da separato in casa è diventato ufficialmente il nuovo President of Basketball Operations. L’ex braccio destro di Rosas sembra godere della stima della proprietà, vecchia e nuova, e il fatto che il suo titolo non sia ad interim fa pensare che il suo nome potrebbe davvero essere quello definitivo. Almeno fino al prossimo scossone, che a quanto pare è inevitabile: Wolves gonna Wolves.

Cosa aspettarsi dalla nuova stagione?

Lasciando da parte le questioni extra-campo e tornando a parlare di pallacanestro giocata, l’esito della stagione dei Timberwolves ruoterà intorno a tre principali questioni: quale sarà l’impatto di Anthony Edwards, se Finch riuscirà a costruire una difesa quantomeno accettabile e quanto peserà l’assenza di un 4 titolare.

La prima scelta assoluta del Draft 2020 molto probabilmente sarà l’ago della bilancia delle fortune dei Timberwolves, e la bontà del suo sviluppo – insieme a quello del già citato McDaniels – decreterà la direzione che prenderà la franchigia, se quella del successo o quella della mediocrità. Russell e soprattutto Towns dovranno portare sulle spalle la maggior parte del carico ma, per arrivare dove aspira, Minnesota avrà bisogno già da quest’anno della miglior versione possibile di Edwards.

La stagione da rookie del prodotto di UGA è riassumibile con la solita metafora della medaglia a due facce, o se preferite con quella di Dr. Jekyll e Mr. Hyde. Edwards infatti ha faticato enormemente durante la prima parte della stagione, patendo la mancanza di spacing che la presenza di Towns avrebbe garantito e soprattutto il periodo di adattamento quasi nullo avuto a disposizione.

Ryan Saunders, allora ancora head coach, aveva deciso di farlo partire inizialmente dalla panchina e di fargli guadagnare minuti strada facendo, ma l’emergenza in cui la squadra si era trovata aveva costretto Edwards ad assumere un ruolo di primo piano fin da subito. Ant, ancora alle prese con l’ambientamento alla NBA, non aveva risposto presente e il risultato era stata una serie di prestazioni insufficienti.

L’arrivo di un allenatore più preparato come Finch e il ritorno in quintetto delle stelle della squadra hanno avuto un impatto gigantesco sulla stagione del diciannovenne: complice la sosta per l’All-Star Weekend, che gli ha permesso di prendere fiato e riordinare le idee, Edwards è letteralmente esploso nella seconda parte dell’anno.

Pur continuando a prendersi molte responsabilità, il #1 ha cominciato a giocare in maniera più funzionale e a far vedere l’ampiezza del suo bagaglio offensivo, giocando più spesso lontano dalla palla, attaccando il ferro e mostrando un’ottima intesa con Russell e Towns, soprattutto nei finali di partita. Finch è riuscito ad attivarlo anche in difesa, ordinandogli di vigilare sulle linee di passaggio, di essere aggressivo nei cosiddetti gap e di andare forte a rimbalzo.

Guardate la tabella qui sopra: la crescita in ogni parametro statistico evidenziato è impressionante, e testimonia come Edwards sia riuscito a rivoltare come un calzino una stagione che ormai sembrava viaggiare sui binari del fallimento. Tutto ciò non gli è bastato per portarsi a casa il premio di Rookie of the Year, vinto meritatamente da LaMelo Ball, ma le basi per il futuro sono state poste.

In questa preseason Edwards – che lo scorso anno aveva affermato di non voler rivelare su cosa avrebbe lavorato in estate e di voler “tornare come Houdini” – è sembrato tutt’altro giocatore in difesa. Seppure in un contesto poco competitivo come le amichevoli prestagionali, Ant ha mostrato una maggiore consapevolezza difensiva e un’inedita capacità di navigare tra i blocchi, unendo queste “nuove” abilità ai flash intravisti lo scorso anno.

L’accento posto sullo sviluppo difensivo di Edwards potrebbe sembrare strano, visto che ci si riferisce pur sempre a un prospetto noto per le sue straripanti doti offensive, ma nel caso dei Timberwolves un suo balzo in avanti in questo aspetto del gioco sarebbe cruciale. Da quando Finch siede in panchina l’attacco ha viaggiato a quasi 112 punti per 100 possessi, 17esimo nella lega, ma la difesa è crollata fino a subire 116.1 punti per 100 possessi, salvata dall’ultimo posto solo da una Houston in tanking sfrenato.

Questo discorso ci porta al secondo macro-argomento che definirà le probabilità di successo dei Timberwolves versione 2021/22: è possibile organizzare una difesa decente con questi giocatori a disposizione?

Per lottare per un posto al play-in tournament – il vero obiettivo di Minnesota quest’anno – non serve avere una difesa top10 nella lega, e forse nemmeno top15: basta un’organizzazione che permetta di non imbarcare sistematicamente acqua contro quasi ogni squadra in NBA. Questo compito sarà affidato a Chris Finch e al nuovo assistente Elston Turner, arrivato poco dopo l’inizio della Summer League dopo l’addio a sorpresa di Joseph Blair, partito alla volta di Washington, D.C.

Il materiale umano a disposizione non è dei migliori, anzi, perciò servirà una montagna di lavoro. Non è un caso quindi che la maggior parte del tempo durante il training camp sia stato passato a lavorare sulla difesa, in particolare sull’implementazione di un nuovo sistema per la difesa sul pick and roll.

Abbandonata la drop coverage di Vanterpool e gli switch di Blair, Finch e il suo staff hanno deciso di puntare su un sistema che porti il lungo ad alzarsi fino al livello del blocco, preferendo concedere il passaggio al rollante e fidandosi del tag – una sorta di aiuto, tanto per capirci – di un terzo difensore rispetto ai due coinvolti nel pick and roll.

Come avranno probabilmente notato i più attenti, questo schema difensivo attinge a piene mani da quanto fatto dai Nuggets con Nikola Jokić, e non è un caso: Finch è stato assistente di Mike Malone a Denver nel 2016/17 e ha già avuto modo di lavorare con questo sistema. Dopo aver ricevuto una domanda a riguardo, un ex Nuggets come Jarred Vanderbilt ha confermato questa impressione, affermando che vede molte similitudini tra i due schemi.

Per la buona riuscita di questo sistema concentrazione e comunicazione sono cruciali, e proprio per questo la presenza di un leader difensivo come Pat Beverley potrebbe rivelarsi fondamentale. Però, anche assumendo che l’ex Clippers riesca a rimanere in salute, i buoni difensori a roster scarseggiano.

C’è Jaden McDaniels, che però è a svariati chili di muscoli e una buona dose di esperienza dal trasformarsi nell’arma difensiva totale che può diventare; c’è Leandro Bolmaro, che però è ancora troppo acerbo per poter fare parte di una rotazione NBA; ci sono infine Josh Okogie e Jarred Vanderbilt, due specialisti difensivi con qualità peculiari che però non possiedono sufficienti capacità offensive per stare in campo per tanti minuti. Tanti “però”, vero?

Ecco, il problema è esattamente questo: i Timberwolves mancano di two-way player, giocatori che possano impattare positivamente in entrambe le metà campo; da qui nascono la necessità di uno sviluppo di Edwards in questo senso e l’accoglienza positiva riservata a Taurean Prince, un giocatore che non sposta gli equilibri ma che a livello di archetipo non ha competizione nel roster di Minnesota.

Riallacciandoci a questo discorso arriviamo ad affrontare l’ultimo punto interrogativo di questa preview, quello riguardante la mancanza a roster di una vera e propria ala grande titolare. Al momento i minuti da 4 sono divisi tra Jarred Vanderbilt, unica vera power forward presente, Josh Okogie e Jaden McDaniels.

I Timberwolves si portano appresso questo problema dall’estate del 2019, quando il neo-assunto Rosas decise di non rifirmare Taj Gibson e di puntare su Robert Covington in quel ruolo. Per quanto il #33 abbia lasciato ottimi ricordi, la partnership tra RoCo e Towns non decollò mai e quel frontcourt venne smantellato dopo pochi mesi con la cessione dell’ex Sixers a Houston; stessa sorte ha avuto l’accoppiamento di Towns con Juancho Hernangómez.

Escludendo anche Jaden McDaniels, che non può ricoprire quel ruolo stabilmente a causa della sua scarsa prestanza fisica, rimangono Okogie e Vanderbilt: il primo può occupare qualche minuto grazie alla sua versatilità nonostante sia sottodimensionato per il ruolo, mentre il secondo è un giocatore troppo confusionario e nocivo offensivamente per essere qualcosa di più oltre a un energy guy situazionale da 10/15 minuti a partita.

Quindi che faranno i Timberwolves? La sensazione è quella di un quintetto titolare con McDaniels da 3 e Vanderbilt da 4, con Finch pronto a rimescolare le carte in base ai matchup. Questa coperta però sembra davvero troppo corta sulle 82 partite, perciò forse la soluzione più immediata sarebbe quella di cercare uno scambio che porti in dote un 4 fisico che possa mettere una pezza ai gravi problemi a rimbalzo e possa aiutare Towns a proteggere il ferro.

Come accennato in precedenza il sogno si chiama Ben Simmons, ma verosimilmente il sogno rimarrà tale e Minnesota soffrirà la mancanza di un 4 finché non si troverà una soluzione definitiva.

Ambizioni e pronostico

L’obiettivo di questa stagione è l’accesso al play-in tournament, così da avere una possibilità di centrare quella postseason che manca dal 2018. Considerando fuori dai giochi Thunder e Rockets e non contemplando infortuni determinanti o suicidi sportivi delle squadre che non saranno menzionate, verosimilmente i Timberwolves si giocheranno la nona e la decima posizione con Grizzlies, Pelicans, Spurs e Kings.

Uno scenario in cui Minnesota si piazzi sopra ad almeno tre di quelle quattro squadre non è impensabile, ma personalmente sono orientato allo scetticismo (e la scaramanzia stavolta non c’entra, lo giuro). Innanzitutto gli Wolves avrebbero bisogno di rimanere sani per tutta la stagione, e leggendo la cartella clinica di qualcuno dei giocatori in squadra ci sono ragioni per dubitarne.

Inoltre il roster attuale, seppur costruito discretamente, sembra essere troppo sbilanciato per poter pensare di raggiungere i risultati necessari per accedere al play-in. Per quanto l’allenatore finalmente sembri valido, Towns sia nella miglior forma fisica della carriera e la preseason abbia dato segnali incoraggianti, a mio parere tutto ciò non sarà abbastanza per compensare le falle strutturali che caratterizzano questa squadra.

Il mio pronostico è quello di una stagione in cui Minnesota si toglierà varie soddisfazioni ma si fermerà attorno alle 35 vittorie, valide per l’undicesima o la dodicesima posizione nella Western Conference. Ora sta a voi smentirmi, giovani Lupi.

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Daniele Sorato
Tifoso suo malgrado dei Minnesota Timberwolves, nel tempo libero viaggia, colleziona dischi e studia Scienze Internazionali all’Università degli Studi di Milano. Odia parlare di sé in terza persona e sicuramente non si guadagnerà da vivere scrivendo bio.