Giannis e i Bucks in cima all’Olimpo

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Copertina di Sebastiano Barban

L’espansione della NBA del 1968 ha aperto le porte della lega a due squadre neonate, i Milwaukee Bucks e i Phoenix Suns, che però fin dai primi anni hanno imboccato due strade molto diverse grazie al loro primo – e fino a poche settimane fa unico – grande e decisivo incontro. Quanto diverse? Fisicamente non tanto, la differenza è circa grande come una delle monetine che potreste trovare aprendo il vostro portafoglio, ma a livello di risultati quella monetina ha fatto tutta la differenza del mondo.

Come spesso accade per le squadre appena nate, entrambe le franchigie hanno avuto un primo anno molto difficile, chiudendo la stagione come fanalini di coda delle due Conference. I pessimi risultati sportivi avrebbero potuto però portare in dote un ambitissimo premio, che allora rispondeva al nome di Lew Alcindor, meglio conosciuto dal 1971 come Kareem Abdul-Jabbar: la possibilità di scegliere al draft un giocatore tricampione collegiale, che aveva spinto la NCAA a bandire le schiacciate per tentare di limitarlo, avrebbe potuto rappresentare per entrambe le squadre la certezza di potersi sedere fin da subito al tavolo dei grandi negli anni successivi.

Il resto è storia: la fortuna ha deciso di volgere lo sguardo verso il Wisconsin, regalando ai Bucks il titolo del 1971 e le amare Finals del 1974, prima che Abdul-Jabbar chiedesse nel 1975 di trasferirsi a Los Angeles, dove aveva già giocato al college e dove vincerà cinque titoli NBA con la maglia dei Lakers, mentre Phoenix ha dovuto aspettare fino al 1976 per potersi giocare un titolo in finale, perdendo in sei gare contro i Boston Celtics.

La strada verso le Finals

Prima che finisca la benzina della nostra macchina del tempo torniamo nel presente, alle Finals 2021, facendo però prima una piccola deviazione per rivivere il cammino delle due franchigie in dei playoff tra i più strani e drammatici a livello di infortuni della storia.

Dopo aver sfiorato la postseason nella bolla di Orlando con un clamoroso 8-0, i Suns avevano promesso che avrebbero fatto parlare di loro in breve tempo. Detto, fatto: in estate arriva Chris Paul per affiancare Devin Booker e per cercare di far fare un salto di qualità a livello mentale al giovane core di Phoenix e i risultati si vedono subito, col secondo posto in stagione a una sola vittoria dai Jazz. La sfortuna sembra però volersi accanire sulla franchigia dell’Arizona, con un primo turno che appare quantomeno proibitivo. Una serie di infortuni ha infatti fatto scivolare i favoriti Lakers di LeBron fino al settimo posto – in piena zona play-in – e per i Suns il cammino ai playoff rischia di diventare decisamente breve.

Come se non bastasse, ecco la proverbiale pioggia sul bagnato: la lunga e sfortunata storia di CP3 ai playoff si arricchisce di un nuovo capitolo con un infortunio alla spalla che sembra poter dare la mazzata finale alle speranze di passaggio del turno. Ai Lakers però non va meglio, Anthony Davis subisce una ricaduta dopo i tanti infortuni subiti in stagione e nonostante provi a stringere i denti, non c’è molto da fare. I Suns ringraziano e volano al secondo turno, servendo uno sweep ai Nuggets orfani di Jamal Murray.

Si aprono quindi le porte delle finali di Conference contro i Clippers, ovvero CP3 contro il suo passato: stavolta il grande assente è Kawhi Leonard e nonostante una serie for the ages di Paul George, gli scalpi losangelini catturati dai Suns diventano due.

I Bucks si affacciano alla postseason con un cammino che appare proibitivo: primo turno contro i Miami Heat, giustizieri di Milwaukee ai playoff dell’anno scorso, poi i più che probabili scontri con la corazzata Nets in semifinale di Conference e con Philadelphia in finale.

Se il primo turno si rivela nettamente più facile del previsto per via dell’implosione degli Heat, nonostante l’infortunio di Donte DiVincenzo, la sfida con Brooklyn sembra proibitiva: il trio Durant-Harden-Irving sembra troppo per Milwaukee e le prime due gare sembrano confermare questa impressione, anche se Harden si trova a dover alzare bandiera bianca dopo neanche un minuto di Gara 1. Nel corso della serie anche Irving dà forfait, Jeff Green torna anche se a mezzo servizio, Joe Harris stecca e ai Nets non basta un Durant leggendario per portare a casa la contesa e approdare alle finali di Conference: il canestro della potenziale vittoria di KD vale due punti per un’inezia e al supplementare i Bucks si impongono.

Le finali di Conference vedono Milwaukee contrapposta ai sorprendenti Hawks di Trae Young, che esce acciaccato da Gara 3, mettendo di fatto fine alle speranze di vittoria di Atlanta. In Gara 4 sono però i Bucks a tremare: il ginocchio di Antetokounmpo sembra fare crac, e con lui le prospettive della franchigia. Quasi per miracolo le analisi parlano poi di danni strutturali evitati: i tempi di recupero sono incerti, ma quantomeno è scongiurato un lunghissimo stop.

La prima tappa a Phoenix

Il fattore campo arride ai Suns, che possono quindi iniziare le Finals davanti al proprio pubblico. Le prime due gare sono molto simili da certi punti di vista: i Suns attaccano con ordine e costruiscono i loro tiri, mentre i Bucks vanno nel pallone appena Phoenix va avanti nel punteggio, trovandosi in difficoltà con le ormai tristemente note spaziature ridotte quando Giannis attacca palla in mano fin dall’inizio dell’azione.

I tentativi in Gara 1 di utilizzare continui switch da parte di Coach Budenholzer creano confusione a un roster abituato a difendere più che altro in drop e i tentativi di rimonta di Milwaukee vengono regolarmente respinti da canestri molto pesanti degli avversari, che interrompono così la maggior parte dei parziali.

In Gara 2 la musica lato Milwaukee sembra un po’ cambiare, nel primo quarto gli attacchi arrivano regolarmente al ferro e in generale i giocatori entrano in campo senza aver prima tirato il freno a mano. Phoenix riesce però a non far scappare gli avversari grazie a delle percentuali irreali dal perimetro, limitando i danni nel momento di massimo sforzo dei Bucks e punendoli dopo aver lasciato sfogare il loro impeto, anche grazie all’ottimo contributo della panchina, che si rivela l’arma in più dei Suns almeno a inizio serie nonostante l’infortunio di Šarić.

La leggendaria prestazione di Antetokounmpo nella seconda partita della serie – unita alla serata storta di Middleton e Holiday – non deve trarre in inganno, perché la maggior parte dei canestri è infatti arrivata per via del suo smisurato talento offensivo e per delle percentuali piuttosto favorevoli nel tiro dal midrange, tiro che le difese avversarie tendono a lasciargli volentieri.

Basti pensare al confronto tra Giannis e Crowder, rivincita dopo la serie tra Bucks e Heat dell’anno scorso: nel corso delle Finals Antetokounmpo, quando marcato da Jae, ha segnato 15 dei 21 tiri tentati, dando l’impressione di essere assolutamente immarcabile. L’anno scorso il dato è stato molto più basso, con un misero 9 su 22, lasciando pochi dubbi su chi fosse il vincitore del matchup e sull’allora fresco MVP è caduta una pioggia di critiche legata alle sue scelte di tiro in quelle circostanze: in realtà i tiri presi quest’anno non sono stati esageratamente migliori, semplicemente Antetokounmpo è entrato in assoluta trance agonistica.

Dopo le due sconfitte a Phoenix, la situazione a livello mentale non sembra rosea per i campioni della Eastern Conference, a dimostrazione di un’inerzia della serie sempre più favorevole ai Suns.

Divieto di caccia

I Cervi si presentano quindi davanti al pubblico di Milwaukee con l’obbligo di vincere per non abbandonare prematuramente il sogno di coronare la stagione con il jackpot che manca da 50 anni precisi. I Suns hanno invece la missione di strappare almeno una delle due gare in trasferta per ipotecare il titolo e le prestazioni nelle prime due gare di Paul e Booker sembrano un ottimo biglietto da presentare al bancone del check-in in direzione Wisconsin.

Le notti di riposo portano però consiglio a Budenholzer, che improvvisamente (e finalmente) decide di provare a usare Giannis molto di più come rollante e favorire le sue ricezioni dinamiche. Bingo! I difensori dei Suns si trovano di colpo nella situazione di non poter lasciare i soliti metri di spazio ad Antetokounmpo per invogliarlo a tirare, perché si trovano costretti ad avvicinarsi al perimetro per difendere sui pick&roll e gli hand-off giocati dal greco con Middleton e Holiday.

Cosa succede quando Giannis viene attivato dinamicamente? Tendenzialmente cose molto buone, quantomeno dal punto di vista dei tifosi Bucks. Chiedere a Middleton, autore di una Gara 4 da 40 punti dopo tanti alti e bassi, di colpo molto più libero del solito nel prendersi i tiri che tanto gli piacciono dal midrange.

 

Coach Monty Williams non trova immediatamente le contromosse necessarie a questi primi aggiustamenti del suo collega e rivale e sceglie di rimanere con gli stessi principi difensivi e le stesse marcature. Una possibile mossa per limitare lo strapotere di Antetokounmpo in queste “nuove” situazioni sarebbe potuta essere la scelta di piazzare Mikal Bridges su Holiday per rendere più difficile agli avversari la ricerca dell’attivazione dinamica del fuoriclasse greco, ma così non è stato.

Nulla però è ancora detto, perché se la reazione d’orgoglio in Gara 3 sembrava quasi inevitabile, la gara successiva è stata molto più in discussione anche grazie a un ispiratissimo Devin Booker, deciso come non mai a riscattare la sua precedente prestazione opaca. Dopo aver rischiato di subire una clamorosa rimonta, ci pensa sempre il solito Giannis a togliere le castagne dal fuoco con una stoppata che ha fatto per ovvi motivi il giro del mondo.

Prima di passare alla cruciale Gara 5 in Arizona, proprio la stoppata di Giannis può essere un aggancio per sottolineare un aspetto deficitario dell’attacco dei Suns nelle due gare in trasferta: a differenza di quanto fatto contro Davis nel primo turno dei playoff, Phoenix ha scelto di non coinvolgere in ogni azione Antetokounmpo nei cambi difensivi. Se così a primo impatto può sembrare una scelta sensata, vista la versatilità e il talento del DPOY 2020, in realtà questa decisione ha comportato una “tragica” conseguenza: indovinate quale giocatore dei Bucks è rimasto libero di difendere il ferro e correre in aiuto a proprio piacimento? La risposta non è troppo difficile, o come spesso dicono i testi universitari scientifici attirandosi le ire degli studenti, “la dimostrazione è lasciata al lettore”.

Sliding doors

Eccoci quindi al vero e proprio pivotal game, la gara che può indirizzare in un verso o nell’altro gli ultimi atti della serie, o se preferite l’inizio di una mini-serie al meglio delle tre gare. In casa Suns cresce però una preoccupazione: quali sono le reali condizioni di Paul? CP3 è apparso infatti sempre più in evidente difficoltà fisica e la sua squadra ha assolutamente bisogno di lui, nonostante un Devin Booker in stato di grazia.

Phoenix parte fortissimo, creando un solco molto rassicurante nel primo quarto, ma i Bucks stavolta attaccano in modo più ordinato delle prime due partite e riescono a rientrare, grazie alla miglior prestazione offensiva di Holiday in queste Finals.

Il finale è nuovamente drammatico nel senso più artistico del termine, e ancora una volta dubito che qualcuno possa essersi perso le immagini dell’ultimo decisivo possesso. Negli ultimi minuti l’attacco dei Bucks si inceppa completamente, i tiri non entrano e le mani in lunetta tremano, mentre i Suns rosicchiano il vantaggio dei Cervi. Booker ha in mano un pallone che potrebbe risultare decisivo e dalla sua panchina decidono di non chiamare timeout, sperando che l’inerzia presa dalla partita porti al lieto fine.

Holiday però è in uno di quei giorni in cui tutto ciò che tocca diventa oro, e per fortuna dei Bucks le sue mani si fermano prima sul pallone controllato da Booker e poi recapitano la stessa sfera nelle mani di Antetokounmpo per la spettacolare alley-oop che chiude la partita. Il suo tabellino recita a fine gara 27 punti, 13 assist, 4 rimbalzi e 3 stoppate col 60% dal campo, in caso foste tentati dall’idea di giocarvi i suoi numeri alla lotteria.

Les jeux sont faits, rien ne va plus

Con la vittoria in campo ostile, i Bucks si sono guadagnati la possibilità di festeggiare un eventuale titolo insieme ai propri tifosi, in grandissima parte assiepati in un elettrico Deer District, un vero e proprio oceano verde.

La tensione della gara decisiva gioca brutti scherzi a Middleton e soprattutto a Holiday, che all’inizio non riescono proprio a vedere il canestro. Per loro fortuna però Antetokounmpo non ha la minima intenzione di fermarsi sul più bello e trascina praticamente da solo l’attacco dei padroni di casa.

Al suo fianco trova un insospettabile scudiero che entra in campo col coltello tra i denti e una carica agonistica rara, rispondendo al nome di Bobby Portis. Crazy Eyes dimostra fin da subito di volere questo titolo con tutte le sue forze e litiga con qualunque essere senziente che indossi una maglia diversa dalla sua, ma la sua carica è fondamentale per smuovere un po’ la situazione in casa Bucks.

Coach Budenholzer dimostra un’insospettabile maturità e a parte alcuni evitabilissimi e dannosi minuti dati a Teague in apertura, gestisce le rotazioni in un modo finalmente adatto alla vetrina delle Finals, rinunciando a molte delle sue convinzioni tattiche. Non si fa quindi nessun problema nel panchinare Brook Lopez nonostante una sequenza in cui in una manciata di azioni di fila aveva travolto la difesa di Phoenix sbloccando l’attacco dei Bucks, così come si accorge forse un paio di minuti in ritardo del fatto che Giannis abbia bisogno di un attimo di riposo a cavallo tra terzo e ultimo quarto, ma ci mette una pezza appena vede la sua stella andare al ferro con poca energia.

I Suns non si comportano neanche male in difesa, costringendo Antetokounmpo come nelle prime due gare a prendersi tanti tiri dal midrange e a giocare in isolamento, ma in una serata del genere non c’è molto da fare. Neanche la mossa di mandarlo in lunetta sembra avere qualche effetto: dopo aver tirato con meno del 60% i liberi per tutti i playoff, il due volte MVP pesca il jolly e conclude la partita con 17 liberi segnati in 19 tentativi, frustrando i tentativi di vittoria degli avversari e chiudendo con 50 punti.

In casa Suns viene meno l’apporto dei role player, Paul nonostante le ottime cifre è visibilmente in difficoltà fisica e Booker si trova più o meno solo sull’isola insieme al suo compagno di backcourt.

La partita comunque viaggia sui binari dell’equilibrio, finché Middleton non decide di segnare un tiro molto complicato dopo una prestazione piuttosto deludente. Da quel momento comincia la giostra dei liberi, ma le mani dei Bucks non tremano: 105-98, game, set, match, Milwaukee torna sul tetto del mondo dopo 50 anni.

Miglior attore protagonista

Lo scontro più importante tra Bucks e Suns dai tempi della famosa monetina stavolta portava con sé anche una sfida generazionale: la storia di riscatto e affermazione di Antetokounmpo contro quello che aveva tutta l’aria di poter essere l’ultimo valzer a questi livelli di Chris Paul, alle prime Finals della sua carriera.

Il Larry O’Brien Trophy non può però essere alzato da due rivali a pari merito, e a spuntarla è stato proprio il giovane greco, coronando con il meritatissimo premio di MVP delle Finals una serie chiusa a 35.2 punti, 13.2 rimbalzi e 5 assist di media e una true shooting del 65.8%, dominando in lungo e in largo e trascinando sostanzialmente da solo la squadra nei momenti di difficoltà dei suoi compagni.

Questo premio di certo non soffrirà di solitudine nella bacheca di Giannis, trovandosi in compagnia di due premi di MVP della stagione, un MVP dell’All-Star Game, un DPOY e un MIP, ma forse a differenza degli altri potrebbe finalmente invertire la narrativa che lo ha troppo spesso dipinto come un giocatore buono solo per accumulare statistiche e premi in regular season, ma non adatto ai palcoscenici estivi che davvero contano.

A 26 anni Antetokounmpo ha vinto davvero tutto ciò che poteva vincere e adesso potrà giocare con la mente più sgombra, consapevole di non dover dimostrare nulla a nessuno. Non solo, tutti questi titoli individuali e il trionfo nelle Finals sono arrivati con la squadra che lo ha draftato, uno small market che ha creduto in lui e che ha temuto di doverlo salutare in free agency, avendo solo il supermax come arma per difendersi dalle insidie delle franchigie più blasonate. Giannis ha scelto di sposare la causa di Milwaukee l’estate scorsa e ha avuto ragione, adesso potrà godersi il momento e potrà andare ad accendere un cero per ringraziare del miracolo che ha tenuto insieme il suo ginocchio contro gli Hawks.

Che dire Giannis, missione compiuta!

A distanza di otto anni suonano profetiche le parole dette in tutt’altro contesto da Brandon Jennings (potevo davvero evitare di citarlo?) e diventate celebri tra i tifosi di Milwaukee prima di subire lo sweep dei Miami Heat al primo turno dei playoff 2013: Bucks in Six!

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Francesco Cellerino
Tifoso sfegatatissimo della Virtus Roma e dei Bucks per amore di Brandon Jennings (di cui custodisce gelosamente l'autografo), con la pessima abitudine di simpatizzare le squadre più scarse e rimanerci male per le loro sconfitte. Gli amici si chiedono da anni se sia masochista o se semplicemente porti una sfiga tremenda...